Filosofia

A cosa servono le cosiddette teorie del complotto?

Che cos’è una teoria del complotto? E quante ne leggiamo al giorno, magari racchiuse in uno striminzito post su Facebook? E che cos’hanno in comune le persone che vi aderiscono? Perchè, insomma, vengono pensate e condivise con tanto spirito?

La premessa è che, come sempre, lascerò un punto di domanda alla fine di questo articolo. Non è un articolo teso a confutare le teorie complottistiche, tantomeno ad avvalorarle; mi sono semplicemente chiesta che cosa spinga alcune persone a voler a tutti i costi attribuire un senso tanto criptico e segreto agli eventi. Una teoria del complotto è generalmente anticapitalistica e, a prescindere dalla tematica, vede nell’economia, nel denaro e nel potere una grande menzogna usata per muovere l’umanità, vista come un grande teatro di marionette. Una teoria del complotto che si rispetti attribuisce ai potenti enormi capacità manipolative e persuasive: per esempio, ci hanno fatto credere che la Terra sia sferica! Ci hanno propinato un video fake sullo sbarco sulla Luna! Ci stanno costringendo a casa per renderci deboli e per farci accettare un vaccino, che poi in realtà sarà un microchip installato per controllarci. Questi loro che muovono il mondo devono avere un bel progetto in mente, e tanti fili in mano, se davvero sono riusciti ad architettare tutto quanto con tanta maestria. Ma perchè farlo? E chi lo fa, soprattutto? Qual è la cerchia che tiene in mano i fili del mondo? Questo, i complottisti, non lo sanno. Lo immaginano, si arrovellano, ma non lo sanno. Si creano allora sub teorie di diversa fattura che tirano in causa forze aliene, sette sotterranee, confraternite, eccetera eccetera. Però i complottisti, pur non avendo una risposta certa e univoca, scelgono una sub teoria che si addice ai loro pensieri e ci credono… Beh, tutto questo che cosa vi ricorda?

La religione mi sembra che non vada più di moda. In questo momento storico, Dio sembra averla fatta troppo grossa. Ci siamo resi conto che l’essere umano è in grado davvero di fare il Male, ma il Male vero, con la lettera maiuscola, quel Male che porta all’inferno… e allora è forse troppo difficile credere che davvero qualcuno dall’alto ci guardi. O meglio, è difficile credere che un essere assolutamente buono, dall’alto ci guardi e ci compatisca. Il Male c’è sempre stato, direte voi, e mi trovate in accordo. Ma nei secoli scorsi mancava la possibilità di scelta, non c’era fluidità di informazione. Si credeva a Dio perchè non c’era il documentario che ti parlava degli alieni; si credeva a Dio perchè non c’era Internet a parlarti del Big Bang, e tu non eri uno scienziato; si credeva a Dio perchè, in larga misura, non si poteva non crederci. E qual è l’attinenza con le teorie del complotto? La necessità tutta umana di dare un senso alle cose. Quando l’umanità ha perso Dio e ha guadagnato libertà d’informazione, non ha mai smesso di chiedersi il perchè delle cose. L’uomo non ha mai smesso di creare significati. Attribuire la catastrofe ad un dio arrabbiato o al capo del mondo travestito da Presidente, è esattamente la stessa cosa. E spesso le persone che credono al complotto sono le stesse che hanno avuto fede o che continuano a professarla. Sono anche coloro che prima di credere al terra piattismo, per esempio, hanno messo in dubbio la validità della religione. Mischiano le cose, nella loro pozione di fede, per cercare di dare un senso globale che sia al passo coi tempi. Cercano un significato che possa includere la modernità. Dio non è più l’anima che ha creato e che muove il mondo: oggi Dio è stato sostituito da qualcosa di più terreno, più segreto e più difficile. Più inquietante, anche: Dio oggi non c’è, e al suo posto c’è un essere umano come noi- magari aiutato da qualche forza aliena- che decide il da farsi. E che non ha mai buone intenzioni. Una fede al rovescio: oggi siamo costretti ad aver fede nel Male. I complottisti vogliono convincere ad aprire gli occhi sul Male e vogliono dargli una forma precisa e una storia precisa. Perchè credere che dopo la morte ci sia il Paradiso è consolante, ma anche credere di aver smascherato il Male sulla terra e scegliere di non appartenergli, lo è. Il mondo sta cambiando troppo per fare sì che le religioni restino invariate e intoccabili come lo sono sempre state: oggi all’uomo serve qualcosa di più in cui credere. E i complottisti sanno di cosa si tratta.

In effetti la funzione della religione non è altro che consolatoria. La morte fa paura a tutti e credere che le luci rimarranno accese anche nell’aldilà ci dà calore. E le teorie del complotto assolvono la stessa funzione: che cosa è peggio? Credere che il mondo stia rotolando in basso senza freni, mossa dopo mossa, secondo leggi puramente meccaniche di azione-reazione, senza alcuna possibilità di scelta per l’essere umano, oppure credere che sia tutto opera di una mente umana che, essendo umana, si può provare a sconfiggere? Beh, la seconda opzione mi sembra meno buia. Come mi sembra meno buia la scelta di credere in Dio. Che ne sarà, tra un centinaio di anni, delle religioni? Verranno annientate definitivamente? Verranno sostituite dalle teorie del complotto? Improbabile, ma non impossibile. Verranno fondate nuove religioni? Scenderà un nuovo messaggero, sulla Terra, per professare nuove fedi? Possibile. In fondo, la storia è destinata a ripetersi, questo si sa. E poi mi chiedo: perchè è così difficile per l’essere umano accettare di dover morire? Perchè attribuiamo alla morte così tanti significati? Basta guardare un documentario sulla fauna africana per capire che gli animali accettano la morte molto meglio di noi. Le gazzelle ci passano con leggiadria vicino alle leonesse. Ci devono passare. Ci passano a tanto così dalla morte, non fanno granché per evitarla. Hanno solo l’istinto di sopravvivenza a tenerle all’erta. Noi invece siamo stati condannati alla riflessione sulla morte. Il complotto e la religione nascono da qui, da questa condanna. Da quello che per gli dei doveva essere un regalo per gli uomini, cioè l’oblio della morte. Lasciarci vivere la nostra vita come se non dovessimo mai morire. Stendere un velo nero sull’unica cosa certa della nostra vita. Che bel paradosso, no? Che gli dei abbiano sbagliato a fare i conti? E che proprio da questo oblio siano nati il Male radicale e la necessità di avere fede? Come cambierebbe l’umanità, se il velo nero dell’oblio si sollevasse per sempre?

E chi lo sa se invece, tra un centinaio di anni, ai complottisti verrà data la ragione? E sul Coronavirus, cosa vi spaventa di più? Sapere che si tratta di un errore destinato a ripetersi a causa delle leggi meccaniche indipendenti dall’uomo, oppure sapere che si tratta di un’arma segreta usata dai capi del mondo per definire le sorti del mondo? Cosa vi fa sentire meno impotenti? Si può anche decidere di non pensarci, volendo. E vivere come quelle gazzelle leggiadre che sfiorano la morte ogni giorno, e non sto facendo dell’ironia. Certe volte il peso della riflessione è davvero ingombrante, ma la cosa importante è lasciare sempre uno spiraglio di dubbio, e non finire a pubblicare fake news virali che parlano di apocalisse imminente. Ricordarsi sempre che la verità non è alla nostra portata. Ci è stato donato soltanto l’oblio.

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Film, Filosofia

DONNIE DARKO e i viaggi nel tempo.

Donnie Darko è un film che lascia inquieti e che necessita di un paio di visioni, forse, per essere compreso nel suo insieme. Vi consiglio di guardarlo prima di leggere le righe che seguiranno, perchè contengono spoiler a non finire e perchè si concentrano sul finale e sul senso globale del film, lasciando in disparte trama, recensione, impressioni e quant’altro. Avvisati.

Donnie Darko è un film che parla di morte, ma da un punto di vista inconsueto: il protagonista, schizofrenico, riesce a sfuggire alla morte perchè viene salvato dalla visione di un coniglio gigante di nome Frank, che lo porterà fuori di casa per evitargli la morte. Infatti, il motore di un aereo mai identificato si schianterà proprio nella stanza da letto di Donnie, nel bel mezzo della notte. Il coniglio, portato fuori Donnie poche ore prima dello schianto, gli comunicherà che il mondo, da lì a 28 giorni, finirà.

Dallo schianto in poi, entriamo in quello che viene definito come Universo tangente: è una dimensione spazio-temporale che si origina da una disfunzione della dimensione del Tempo, nell’universo primario. A causa di questo incidente nell’Universo Primario, in un luogo ben preciso si forma un vortice che ruba dall’Universo Primario, in un punto casuale della dimensione Futuro, un oggetto di metallo e se lo porta in un nuovo Universo che prende il via da quel momento in poi: l’Universo, appunto, Tangente. Questi, a grandi linee, sono i temi affrontati in “filosofia dei viaggi nel tempo“, il libro scritto dalla cosiddetta Nonna Morte e che viene donato a Donnie dal suo professore. L’oggetto di metallo che genera l’universo tangente è proprio il motore di quell’aereo mai identificato, che “sembra sia arrivato dal niente”, dice la sorella di Donne con sospetto misto a divertimento. E Donnie, dopo lo schianto, ha 28 giorni di tempo per vivere in questo universo tangente e per cercare di capire quale sia il senso effettivo degli eventi. Lo schianto del motore è un errore temporale destinato a riproporsi infinite volte nell’universo primario, a meno che non intervenga qualcuno che possa bloccarne il flusso. Come se l’universo fosse un enorme computer, e l’universo tangente un errore di sistema. Donnie Darko… sembra il nome di un supereroe dice Grechen al protagonista, mentre passeggiano. In effetti è così: è a Donnie che viene dato modo di rimediare all’errore, prima che l’universo tangente imploda, generando un buco nero. Frank, con quello stupido costume da coniglio e Donnie, con quello stupido costume da umano, collaborano per salvare l’universo primario dall’errore. Frank tira fuori dal letto Donnie proprio poco prima dello schianto e lo guida, all’interno del nuovo universo, alla scoperta dei viaggi nel tempo. Solo scoprendo la possibilità di creare un whormhole, cioè un’apertura temporale in grado di permettere lo spostamento nello spazio-tempo, Donnie riuscirà ad arrestare la ripetizione infinita dello schianto.

E’ allo scadere del tempo, quasi, che a Donnie viene presentata la scena finale, cioè l’implosione dell’universo tangente e la riproposta dell’errore, dove il motore che si staccherà apparterrà all’aereo su cui viaggiano sua madre e la sua sorellina. Donnie sceglie di sacrificarsi: nell’universo tangente in cui ha vissuto, Grechen- la sua fidanzata-, è morta e non può accettare che muoiano anche sua madre e sua sorella. Decide così di riavvolgere il nastro e di tornare a quella famosa notte in cui il motore dell’aereo si schianta proprio nella sua cameretta. Sceglie di restare a letto. Muore. Toglie così l’errore dal sistema.

La scena finale vede la famiglia di Donnie disperata per la morte del ragazzo e Grechen, che passava casualmente di lì con la bicicletta, si ferma e assiste. Grechen e la madre di Donnie si scambiano un lungo sguardo, come se si riconoscessero, e si fanno un cenno con la mano. E’ solo un attimo, un riconoscimento passeggero e lontano. L’universo tangente, per loro, è come se non fosse mai esistito, ma il regista lascia intendere che sia rimasta un’ombra, una traccia sbiadita di passaggio…

La straordinaria peculiarità di questo film è che tutto quello che ho appena scritto, rimane sospeso: è quasi come se fosse uno sfondo incerto, aperto, che lascia interdetti e che può anche non venir compreso. Il fantascientifico è un sottofondo musicale che accompagna la storia di Donnie, un adolescente disturbato che disturba nello stesso tempo, diventando il portavoce della controcorrente. In fondo, non dimentichiamo poi che Donnie è schizofrenico: potrebbe essere stata forse tutta una grande allucinazione prima dello schianto, oppure un sogno, no? Ti lascia di sasso e ti mette di fronte a delle domande che non ti eri mai posto prima. Rovescia le certezze più semplici, le ancore assolute: rovescia la nostra concezione del tempo. Ci mette di fronte al più grande dilemma che investe da secoli il nostro sapere: che cosa sono lo spazio e il tempo? E poi, che cos’è la morte, che cosa sono gli universi paralleli? C’è possibilità che si verifichi un viaggio temporale? Secondo i calcoli della fisica quantistica, sì. La fisica generale, però, non può dimostrarlo empiricamente. Sono tanti numeri che rimangono sospesi, proprio come nel film, e che vengono proposti in modo aperto. Forse, tra millenni, saremo adatti a dare prova di questi numeri, ma non oggi. La morte in questo film aleggia indisturbata, ma è una morte obliqua, ampia, aperta alla possibilità.

Il tempo non è una linea dritta, e questo è risaputo. Noi siamo qui per puro caso, con il nostro stupido costume da uomo, e questa è una possibilità verosimile. L’universo è largamente inesplorato, e questo è un nostro limite. Il cervello che abbiamo è sfruttato soltanto nella sua minima parte, e forse, se ci sarà evoluzione, potremo sfruttarlo in pieno tra anni luce. E non sappiamo che cosa può dare il nostro cervello, al massimo delle sue possibilità. Anche il tema della schizofrenia è toccato nel film, io credo, per costruire ponti: è la malattia mentale meno conosciuta, seppure sia la più grave, ed è all’apparenza insanabile. E se la stessa malattia fosse una disfunzione cerebrale che apre alla visione, e non che la occlude? Una malattia inoltre presentata in un contesto sociale ipocrita all’estremo, dove la follia vera viene accettata senza remore, nella piccola cittadina. Dove solo la catastrofe può porre una fine temporanea alle futilità. Non lo so, e non lo sapremo probabilmente mai. E per questo è giusto chiederselo, e fare questi film, e leggere certi libri: che cosa ne sappiamo, a conti fatti, della verità?

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Libri, Scrittura

NABOKOV e L’INDICIBILE: COME E PERCHE’ SCRIVERE UNA PROSA MAESTOSA E PERICOLOSA DI NOME “LOLITA”.

Quando nel 1955 Vladimir Nabokov, trasferitosi dalla Russia, lancia Lolita  nella bocca degli editori abbandona in via definitiva la sua lingua madre russa, con tutte la conseguenze culturali che ne derivano, per abbracciare la lingua inglese come lingua professionale ed aprirsi al nuovo mondo, l’America. L’America, il simbolo del sogno, della vittoria e del peccato. Con la lingua inglese, che Nabokov già parlava fluentemente da bambino, lo scrittore pare avere il totale accesso al mondo: riesce a scrivere in maniera magistrale, addirittura in modo pudico e inizialmente prudente, un romanzo indicibile che ha potuto scrivere solo ambientandolo in America , << Lolita, light of my fire, fire of my loins. My sin, my soul>>.

 Nabokov l’ha fatto: ha scritto un romanzo che ti scandalizza, ti turba e ti fa credere di star leggendo l’espiazione di un peccato perdonabile, e subito ti fa pentire di tale pensiero. Quando decide di abbracciare la lingua inglese e la cultura che essa incarnava, Nabokov sembra trovare il modo di liberare in via definitiva il potere della propria scrittura ed egli stesso, nella post fazione del romanzo, sembra confermarlo in qualche modo: la genesi della prima idea dell’opera, spiega l’autore, risale al 1940 e il flash creativo arriva a lui gradualmente e prudentemente- le pagine che egli scrive sono in russo e sono ambientate in Francia. Da qui, il prototipo del romanzo vede Arthur, un professore dell’Europa Centrale e un’anonima “ninfetta” che solo dopo, nel ’55, chiamerà Lolita; l’idea del desiderio perverso dell’uomo nei confronti di questa enigmatica ninfetta rimane anche in lingua russa, ma viene stroncata e duramente spezzata dal suicidio di Arthur, il quale, non riuscendo ad abusare della piccola ragazzina, si butta sotto le ruote di un camion. Il finale ricorda vagamente gli intenti di Tolstoj, che aveva fatto buttare Anna Karenina sotto un treno in corsa per non lasciare che nell’opera trionfasse l’indicibile, che in quel contesto era l’adulterio. Forse Nabokov aveva bisogno di staccarsi dai suoni duri e sentenziosi della propria lingua madre per poter lasciare non solo che Humbert Humbert, il patrigno di Lolita, abusasse più volte di lei, ma addirittura potendo spiegare con un’infallibile, meravigliosa e perfetta prosa ogni minimo pensiero, intento e desiderio del protagonista. È una prosa che doveva nascere, svilupparsi e vedere la luce solo in inglese, definita da qualche primo lettore del tempo come << la giovane America che travia la vecchia Europa>>, ed è così. Leggendo il romanzo si capisce che è così e non può essere in altro modo: Lolita è un salto, un attraversamento, una provocazione ed un distacco. Nabokov si è insediato nel “Nuovo Mondo” e lo  ha scavato, scrivendo un singolare caso di prosa esteticamente e stilisticamente perfetta, in contrasto con un tema assolutamente tabù, che costò al manoscritto molti editori e lettori sconcertati e disgustati. Ma che cosa è stato, dunque? Che cosa ha spinto Nabokov a scrivere la confessione di quello che si rivelerà a tutti gli effetti un pedofilo e un rapitore, quale è stata la spinta? Perché Humbert Humbert non si è buttato sotto quel camion, lasciando il lettore tranquillo e beato, sicuro che quel male sarebbe morto con il protagonista suicida? È stata l’America, sicuramente è così. La Russia avrebbe sepolto Humbert Humbert sotto le ruote e non ci sarebbe stato alcun salto. Lontano dalle sponde sicure e familiari della lingua russa, Nabokov ricrea se stesso riuscendo a farci assaggiare un’altissima opera dallo sfondo inquietante e deviante che non ritrae affatto l’America che egli vivrà e amerà come seconda patria, ma di certo che nasce dall’incontro con essa.

“Dopo che l’Olympia Press pubblicò il libro a Parigi, un critico americano pubblicò l’ipotesi che Lolita fosse il resoconto della mia storia d’amore con la letteratura romantica. Questa elegante formula diverrebbe più esatta se si sostituissero a << letteratura romantica>> le parole << lingua inglese>>.”, Vladimir Nabokov, 1956.  

Se Nabokov non avesse incontrato l’America, Lolita sarebbe salva. Se non si fosse spinto oltre la gabbia della lingua madre, forse Lolita non sarebbe mai esistita e, leggendo il dizionario, la voce “adolescente provocante che seduce uomini maturi” sarebbe inesistente, o porterebbe un altro nome, e nessuno avrebbe goduto dell’epopea a stampo russo-americano di Humbert Humbert, infine processato, sì, ma salvo e non suicida, ancora malato, ancora legato al tempo perduto della propria infanzia, per sempre fermo in esso.

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Musica

MusicMonday! SUBSONICA e il MICROCHIP TEMPORALE.

Avrei voluto parlare di qualche altra band, magari meno conosciuta. Avrei voluto scrivere un articolo diverso, ma invece sono qui a scrivere questo, probabilmente mossa da un po’ di nostalgia. In fondo al mio Moleskine color petrolio, nella tasca grande, ho trovato la busta con dentro i biglietti per il concerto dei Subsonica. Li presi a dicembre per festeggiare il mio primo esame all’università. Quando li acquistai ero in treno, avevo appena preso 30 in storia greca dopo quattro anni di sospensione degli studi, ero senza mascherina ed ero stanca di fare avanti e indietro da Milano. Il concerto sarebbe stato tra due giorni… e sarei stata molto felice. Stamattina ho guardato i biglietti, mi sono ricordata di quanto non vedessi l’ora di andarci, e poi li ho riposti. Mi sono detta: perchè non scrivere di questo? E allora eccoci qua. Il MusicMonday di oggi sarà dedicato ai Subsonica, la band della mia infanzia, della mia adolescenza e spero anche della mia intera vita adulta.

La prima canzone che ascoltai dei Subsonica fu, come penso per molti, Incantevole: “fuori è un mondo fragile/ ma tutto qui cade incantevole/ come quando resti con me”. Ero piccola, non capivo, ma mi ci affezionai. A volte penso che la musica ascoltata da bambini sia in grado di influenzare il nostro orecchio per sempre, soprattutto se di musica in casa ne gira tanta. Da me girava. Serviva a coprire i silenzi densi, ma almeno girava. In casa mia c’era Bersani, c’era Battiato, c’erano i Depeche Mode, c’era Battisti, c’erano i Red Hot Chili Peppers, c’erano i System Of a Down, c’erano i Bluvertigo e c’erano i Subsonica. E il mio orecchio è stato influenzato per sempre, ma non so come vada per gli altri.

I Subsonica sono insieme dal 1996, cioè da quasi ventiquattro anni, cioè da quando io sono nata. Non si sono mai sciolti e tutt’oggi sono la band italiana migliore da andare a sentire in concerto, e non lo dico solo io. ( https://www.rollingstone.it/musica/live/i-subsonica-sono-la-migliore-live-band-italiana-ancora/446495/#Part1 ). Io li sentii in Piazza Duomo all’incirca nell’estate del 2014, quando suonarono per la prima volta Lazzaro in vista dell’uscita del loro settimo album, insieme ai loro pezzi storici, e devo dire che fu un evento epocale. Ricordo che mi fecero male le gambe per qualche giorno e che riguardando i video online del concerto, mi sorpresi di tutta la gente che la piazza era riuscita a contenere. Mi sorpresi di essere riuscita a stare proprio in mezzo senza sentirmi asfissiata. Mi sorpresi di non essermene accorta. Avevo diciassette anni e mezzo ed era il mio terzo concerto della vita, ma fu il primo a cui andai senza un adulto. Mi sarebbe piaciuto riuscire ad andare a più concerti dopo, dal 2014 in poi, ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto per futilità: devi lavorare, devi riposare, devi studiare. E mi sono persa un bel mucchio di cose. Quando presi i biglietti di questo concerto dell’8 aprile 2020, mi dissi: il duemila e venti sarà l’anno in cui andrò a più concerti possibile… Sì, come no.

I Subsonica fanno una buona, buonissima musica. Le basi su cui si poggiano i testi sembrano appartenere ad un altro universo. Il genere è rock elettronico ed è rimasto quasi invariato nel tempo, nonostante siano passati anni, mode e gusti. I Subsonica sono sopravvissuti al ricambio generazionale, ma non solo: nell’ultimo album hanno voluto accogliere la nuova musica e hanno riproposto Microchip Emozionale in collaborazione con diversi artisti “di oggi”, quali Willie Peyote, Coma Cose, Coez, Cosmo, e diversi altri. L’album in questione si chiama Microchip Temporale. Perchè farlo? Io credo per accogliere, raccogliere e condividere, per rispetto ad un concetto di universalità della musica che va completamente aldilà dell’etichetta e del senso singolare. La musica non è un fatto privato e Microchip Temporale è un incontro. Tante persone e molti fan della band hanno visto in questo progetto un confronto che non regge, preferendo l’album originale, ma io credo che non serva operare confronti. Non è questo il senso: non è un progetto di competizione. E’ un’apertura, un regalo e un bel modo di vedere la musica. Io stessa preferisco l’album originale, ma è normale! Eppure ho comprato anche questo. E l’ho ascoltato, e mi è piaciuto e ho pensato che è stato un bel modo per allacciarsi agli ascoltatori di oggi. In tanti avrebbero cambiato stile e si sarebbero adeguati al flusso, alla moda, alla novità, pur di comprarsi le orecchie della nuova generazione- e in quanti lo hanno fatto!-, ma loro no. Loro hanno scelto di riproporre un album storico e di lasciare che cambiasse in maniera naturale, per opera dei suoni degli altri. I Subsonica si sono completamente dati agli altri senza cambiare identità, e chi addita questo album come un brutto confronto non credo abbia capito di cosa stiamo parlando. Mi viene voglia di citare un verso della canzone di Boosta featuring Luca Carboni, che dice esattamente questo:

“Vivi con discrezione, stoicamente

E lascia il passo a tutti questi figli in cerca di sole

Alla luce di una stanza, non è abbastanza

Non è abbastanza

Stanza dopo stanza

Imparo e insegno

A tratti non comprendo

Ma colgo l’urgenza come un fiore già nato

Per questo reciso

Rimango al freddo e non ti accecherò.

Come la neve- Boosta ft Luca Carboni.

Con quest’album i Subsonica hanno colto la propria urgenza di fiori già nati e recisi. E’ un bel modo di fare musica, diamine. Stanno insieme dal 1996 e hanno sempre fatto un bel rumore. Sempre. Non c’è un testo che sia banale. Non c’è un suono che sia messo a caso. Sono un enorme pezzo di storia della musica che continua a battere i piedi insieme a una quantità smodata di gente… e se il mondo non cambierà troppo, spero che questo legame tra suono e arti di estranei che si muovono e si toccano sotto il palco non si spenga mai. Il tour è stato riprogrammato per l’autunno, e tutte le nuove date le trovate qui:

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Cari Terrestri, nella sincera speranza che stiate tutti bene – a tal proposito vi invitiamo a farci conoscere la vostra situazione con un commento qui sotto – siamo costretti, dalle attuali circostanze, a comunicarvi che il “Microchip Temporale Club Tour” è rinviato al prossimo autunno. Ci comunicano che i biglietti acquistati saranno validi per le nuove date. Per tutti i concerti è possibile rivendere i biglietti utilizzando la piattaforma Fansale di TicketOne. Lo show in programma a Brescia è in via di riprogrammazione. Seguiranno a breve maggiori informazioni. Ecco il calendario aggiornato: 14.10 FIRENZE, Tuscany Hall 16.10 PERUGIA, Afterlife  17.10 MARGHERA (VE), Centro Sociale Rivolta 22.10 PADOVA, Hall – SOLD OUT 23.10 NONANTOLA (MO), Vox – SOLD OUT (biglietti del 6 marzo) 24.10 NONANTOLA (MO), Vox – SOLD OUT (biglietti del 27 marzo) 28.10 ROMA, Atlantico (biglietti del 24 marzo) 29.10 ROMA, Atlantico (biglietti del 25 marzo) 30.10 SENIGALLIA (AN), Mamamia 06.11 PORDENONE, Capitol – SOLD OUT 07.11 TREZZO SULL’ADDA (MI), Live Club – SOLD OUT 12.11 NAPOLI, Common Ground 13.11 MOSCIANO STAZIONE (TE), Pin Up 14.11 MODUGNO (BA), Demodé Club 17.11 MILANO, Alcatraz – SOLD OUT (biglietti dell’8 aprile) 18.11 MILANO, Alcatraz (biglietti del 9 aprile) 20.11 VENARIA REALE (TO), Teatro della Concordia (biglietti del 31 marzo) 21.11 VENARIA REALE (TO), Teatro della Concordia – SOLD OUT (biglietti del 14 marzo) 22.11 VENARIA REALE (TO), Teatro della Concordia – SOLD OUT (biglietti del 15 marzo) #MicrochipTemporaleClubTour @vertigo.co.it

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La capacità di scrittura dei Subsonica è fuori norma. I suoni sono pazzeschi. L’attitudine è degna di un encomio… se non li conoscete, e credo sia assurdo ma tutto è possibile, cosa aspettate ad ascoltare qualcosa? Tipo:

  • Lasciati;
  • Dentro i miei vuoti;
  • Dormi;
  • Veleno;
  • Il diluvio;
  • I cerchi degli alberi;
  • Il terzo paradiso.

Giusto per citare le mie preferite assolute.

Tra due giorni sarei andata al concerto e sarei stata molto felice. Probabilmente tra due giorni metterò l’album a tutto volume e farò finta di essere in mezzo a una marea di persone sudate. O magari no, perchè sarebbe brutto fare finta. Magari aspettiamo.

“Gelidi i tuoi occhi/

Due orbite in un cielo senza luce/

Nel tuo cuore il vento/

L’eclissi di una sazia e spenta civiltà”.

La Glaciazione, Subsonica.

Per rimanere in tema apocalisse… ( https://www.youtube.com/watch?v=nh-llB68CA0 ).

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Scrittura

Perchè in quarantena si legge e si scrive di meno?

Quante volte abbiamo sognato di avere più tempo a disposizione per leggere un altro capitolo, o per scriverlo? In tempi normali, dico. Quando andavamo al lavoro, facevamo le piroette per stare dietro ai tempi di consegna e ci dicevamo: – non ce la farò mai, a finire di fare tutto-. E sognavamo di poter avere più tempo. Sognavamo il tempo, perchè non ne avevamo… E adesso, invece? Ho notato che la distrazione facile non è soltanto un mio problema. Ho letto di molti lettori accaniti che si dedicano ai romanzi con meno attitudine, o di scrittori in blocco da pagina bianca, che scrivevano di più quando avevano soltanto un’ora di tempo la sera. Mi sono accorta io stessa di quanto sia difficile rimanere a fuoco sulle cose, mentre il tempo intorno a noi si è allargato a macchia d’olio. Studio, leggo e scrivo meno, e non sento di avere la concentrazione adatta. Ma perchè? Di chi è il problema? E come si risolve?

I motivi di questo calo di attenzione credo siano di diversa natura. Innanzitutto, a meno che non viviate completamente soli, il primo problema con cui dovete fare i conti è il rumore. In casa c’è sempre un gran baccano: padelle che friggono, posate che cozzano, telegiornale a tutto volume, bambini che si annoiano… E spesso è difficile decidere di chiudersi nella propria stanza, quando già si è costretti ad essere chiusi in casa. Quindi lasciamo la porta aperta, accogliamo il rumore come fosse un segnale di vita inestinguibile, e rinunciamo alla concentrazione pur di non isolarci più del dovuto. E addio capitolo da terminare. Un altro problema, anche se in tempi migliori ci appariva come la soluzione, è la grande quantità di tempo che abbiamo a disposizione. A quanti capita di dire: – questo lo farò dopo, tanto ho tempo?-. E così perdiamo tanto, tanto tempo. Ne abbiamo molto e ne sprechiamo molto, perchè tanto di tempo ce n’è. Non impariamo proprio mai… E poi, un’altra cosa che mi viene in mente è che di solito, quando scriviamo e leggiamo, lo facciamo per mettere in stand-by la vita vera. Lo facciamo per entrare in contatto con altri mondi, o con noi stessi, soprattutto quando siamo molto stressati. E oggi invece, forse è più difficile mettere in stand-by. E’ difficile mantenere le distanze da una situazione così atipica ma vicinissima, forse non è possibile evitare di pensarci. Ed è così perchè non c’è separazione: tutto si svolge nello stesso ambiente, da mattina a sera, e le linee che prima separavano il lavoro dalla casa, per esempio, o lo svago dal lavoro, non esistono più. Non è facile mettere in stand-by qualcosa di così pervasivo. Non è facile tracciare linee divisorie… E che fare, dunque?

Io a volte credo di non riuscire a concentrarmi perchè una vocina lontana dentro di me, a cui cerco di non dare mai attenzioni né speranze, dice: -ma chi te lo fa fare, adesso?-. Cerco davvero di non ascoltarla, ma a volte prende il sopravvento. Ma chi te lo fa fare, adesso? Come se questa situazione non dovesse finire mai. Come se rimarremo in stand-by per sempre, asettici, tristi e lontani come animali in uno zoo. Giuro, questa vocina dentro me sopravvive un paio di minuti al giorno, e poi mi faccio forza per soffocarla. Ma esiste. Esiste e mi fa venire rabbia. E dalla rabbia risorge la volontà: ho costruito tutto questo, per vederlo fare a pezzi da una situazione che non posso controllare? No. Devo continuare a costruire. Guai a dar troppa retta a questa vocina… perchè è un po’ come pensare alla morte ogni tre secondi. Ma chi te lo fa fare, se tanto dovrai morire? Non è giusto pensare a questo. E impegniamoci a non farlo. Soprattutto oggi. Perchè dovremo essere pronti quando tutto finirà, non arresi. Pronti.

Quindi, come risolvere il problema della distrazione facile?

  1. Accetta di isolarti. Non stai facendo un torto a nessuno: dedica al tuo lavoro il tempo che serve. Quindi crea l’ambiente e chiudi fuori i rumori. Quando uscirai dalla stanza, ti sentirai meglio: hai fatto una cosa produttiva che ti farà andare a dormire con qualche speranza in più.
  2. Ogni mattina, crea un piano della giornata: potrà sembrare stupido, ma spesso avere gli obiettivi scritti nero su bianco aiuta. Sii preciso, ma non troppo: dividi, per esempio, in tre blocchi- mattina, pomeriggio, sera. E in ogni blocco inserisci il tuo piano d’azione.
  3. Prendi spunto da questa situazione surreale per immaginare e per ricordare. Fai qualcosa che possa mettere a tacere la vocina dentro di te che spinge per farsi sentire e per demoralizzarti. Accetta di mettere in stand-by la preoccupazione. Accetta mondi diversi da quelli che vivi ogni giorno. Non farti bombardare dalle notizie del telegiornale e non essere ossessivo. Crea un qui e ora che ti possa aiutare a pensare a qualcos’altro. Crea il tuo spazio di distrazione e non sentirti fuori luogo, nel farlo. Fallo: ti sentirai meglio, e pian piano la concentrazione tornerà ad essere a fuoco.
  4. Prova a scrivere un diario. Concediti un’ora ogni sera per riflettere sulla tua giornata e dai un senso al tuo tempo. Scrivere aiuta, e non sono di parte: lo dicono tutti. Scrivi ogni giorno quel che ti passa per la testa. Quanto sarà bello, un giorno, poter rileggere le pagine scritte oggi? Perchè anche il tempo morto che viviamo oggi è prezioso e non dobbiamo dimenticarlo.

Ammetto che ogni mattina io faccio sempre un bello sforzo per mettermi a fuoco, e all’inizio dovevo davvero costringermi. Ho cominciato a scrivere questo blog per dare un senso al tempo, e mi sembra stia funzionando. E voi? Cosa fate per dare un senso al vostro tempo? Pensateci oggi, perchè quando tutto finirà vi pentirete di esservi sentiti arresi, durante questo tempo strano. Siate grati del tempo che avete a disposizione e non buttatelo via. Siate pronti per quel bellissimo domani che arriverà e siate capaci di uscirne diversi da come siete entrati…

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Filosofia

CHI SEI DAVVERO QUANDO NESSUNO TI VEDE?

Canta così Willie Peyote, no? Una domanda quanto mai attuale, ora che siamo tutti soli. Ora che siamo tutti a luci naturali spente, diciamo. Cosa rimane acceso quando il mondo vero è inaccessibile? Il led del televisore, gli schermi del cellulare, la playstation… la luce bluastra innaturale che illumina lo spazio buio quando guardiamo un film di sera. Potessimo vederci dall’esterno, come ci vedrebbe un estraneo intento a spiarci, che cosa penseremmo di noi stessi? Non vorrei farvi cadere nella trappola del povero Vitangelo Moscarda di Pirandello, però pensiamoci un attimo. Chi siamo davvero, quando nessuno ci vede? Chi siamo davvero adesso, mentre leggiamo queste righe? Cosa siamo quando ci togliamo di dosso lo sguardo dell’altro e caliamo il sipario? Quando rimaniamo al buio dietro le quinte, per intenderci. Quando siamo osceni, cioè fuori dalla scena. Mi piace sempre ricordare il vero significato di questa parola. Fuori dalla scena. Bellissimo. E poi capire che dire: “sei osceno!” significa insultarti: chi è osceno non può prestarsi agli occhi degli altri, non merita spazio sulla scena. E noi oggi, fuori dal mondo, siamo tutti osceni. Tutti a sipario calato. E a sipario calato, l’attore si toglie la maschera, sorride mentre ricorda la propria performance, e poi rimane solo. E chi è colui che rimane solo? L’attore non lo sa. Lo scopre soltanto a sipario aperto: è il pubblico a incoronarlo come persona definita.

Chi non sopporta la propria oscenità si crea il sipario da sè, anche senza che qualcuno glielo richieda. Forse lo sto facendo anche io, adesso. Mi creo questo siparietto di parole e mi mostro a voi per cercare di ritrovare chi credo di essere. E poi, quando spengo il PC e rimango sola, qualcosa si rompe. Lontano dagli occhi degli altri, qualcosa di me, cioè quello che gli altri vedono di me, si nasconde e rimane il nocciolo che nessuno conosce di me. Il nocciolo è sempre osceno e può disturbare tante volte. Per questo, forse, creiamo sipari: per tenere nascosto il nostro nocciolo, per non dover essere costretti a conviverci.

Quando mi capita di guardare i video TikTok che girano su Instagram, per esempio, mi nasce sempre un po’ di tristezza. Perchè? Non lo so. Mi sembra un sipario creato a doc per nascondere il proprio nocciolo, la propria oscenità, e per cercare con la potenza della propria immagine riflessa qualcuno che ti dica quanto sei divertente! E così tu ti ci senti, divertente. Perchè quando nessuno ti vede, tu non lo sai di essere divertente. Però non è una tristezza contro chi fa questo genere di video, perchè lo stesso discorso vale per i selfie, i pensieri scritti su Twitter e su questo blog. Abbiamo bisogno di un sipario, sempre. Non c’è scappatoia, non c’è eccezione: o accetti di doverti specchiare negli altri per definirti come persona, oppure diventi un eremita che rinuncia a sè. Lo diceva Battiato, questo, non Willie Peyote. Io provo tristezza quando poi immagino le luci spente nelle stanze di coloro che hanno ballato e cantato in playback davanti al proprio cellulare. Chi sono quando la musica finisce? Chi sono io quando stacco le mani da questa tastiera? Come si fa a definirsi senza l’occhio di qualcun altro?

Tanto un giorno viene fuori chi sei veramente/ e i vicini a studio aperto: -salutava sempre!-/ Non sai cosa si nasconde dentro ‘ste famiglie/ Col profilo condiviso e sotto il serial killer

Willie Peyote, Quando nessuno ti vede.

Il problema dell’identità è l’enigma più profondo e difficile da affrontare, oggi più che mai. Aldilà della simpatia della canzone, che affronta il problema dell’identità con ironia e una sorta di spensieratezza tagliente, dovremmo rifletterci. Che cosa crediamo di essere, anzi, che cosa rimane di noi quando togliamo gli altri dalla valutazione? Cosa rimane quando il sipario si cala, la maschera si toglie, il profilo social si chiude e la porta è serrata?

Rimane il nostro nocciolo, la nostra piccola mandorla oscena. Il nostro nucleo che non si può etichettare e che solo noi conosciamo. Il nostro segreto, la nostra natura più intima. Quanto è difficile rimanere fedeli al proprio nocciolo, quando il sipario si apre? Riflettiamo anche su questo. A che cosa ci serve metterci una maschera, perchè il nocciolo non può entrare in scena? Perchè abbiamo così paura di sparire dalla scena solo per essere stati sinceri? Ma sinceri davvero. Non pensate ai cliché, non crediate di essere davvero sinceri solo perché dite sempre le cose come stanno. A chi le dite? A un altro. Io dico sinceri con voi stessi. Io dico accettare la propria mandorla, la propria intimità segreta. Abbiamo tutti almeno un segreto, ed è proprio quel segreto ad essere il figlio del nostro nocciolo osceno.

Illuminante, su questo tema, L’identità di Milan Kundera. Leggetelo, e approfittate delle luci spente per cercare la vostra mandorla. Che sia questa l’epoca storica in cui finalmente riusciremo ad aprire gli occhi sulle cose nude, oscene e lontane dalle etichette? Forse sì, forse è questo il momento.

https://youtu.be/r2mpTFX7boI, divertitevi con l’ascolto, e poi pensateci su…

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Musica

MusicMonday! JOHN FRUSCIANTE.

Il Coronavirus ha messo in pausa molte cose e offuscato grandiose notizie, come per esempio il ritorno di John Frusciante nei Red Hot Chili Peppers. Quando Flea, il 15 dicembre 2019, ha annunciato con un post su Instagram che John era rientrato nel gruppo, avevo appena finito di lavorare. Ero appena arrivata a casa ed era già notte piena. Ricordo che mi sedetti in cucina, mi aprii una Coca-cola, cominciai a scorrere noiosamente la home di Instagram, incontrai questo post e lessi…

( https://www.instagram.com/p/B6G5OH4hEdM/?utm_source=ig_web_copy_link ): “(… ) We also announce, with great excitement and full hearts, that John Frusciante is renjoining our group. Thank you. “

Saltai dalla sedia. Non mi sembrava vero, tanto che dovetti leggere più volte per assicurarmi di aver tradotto bene il messaggio… dopo quanti anni? Dieci? Beh, smisi di rimanere aggiornata sulle nuove canzoni dei Red Hot a 13/14 anni, quindi sì… dieci. Dopo dieci anni John è tornato nel gruppo e finalmente sono grande, allora posso pagare il biglietto per andare al loro concerto pensai. Quanto avevo sperato di vederlo tornare nel gruppo. Mi affrettai, nei giorni seguenti, a cercare qualche data per poterli andare a sentire. Il loro primo concerto sarebbe stato al Firenze Rocks, il 13 Giugno… ma poi, nemmeno il tempo di organizzare, e il Coronavirus ha sballato tutti i progetti, forse anche i loro.

Quando uscirà il disco di questa tanto attesa e quasi disillusa reunion? Che cosa ha fatto John durante questi dieci anni di assenza? Ricapitoliamo qui sotto, così da non dimenticarci di loro e di questa grandiosa notizia, e speriamo di poterci trovare tutti, non troppo tardi, ad un loro concerto. Non che Dave Navarro o Josh Klinghoffer fossero chitarristi da buttare eh, ma John… John è un’altra storia.

John Frusciante si è innamorato dei Red Hot a quindici anni, quando li sentì in concerto nel 1985. Chi l’avrebbe mai detto che di lì a poco sarebbe diventato uno dei pezzi portanti della band? Perché bisogna dirlo: i Red Hot hanno davvero spiccato il volo soltanto dopo e con John, ed è innegabile la profonda differenza di suono che intercorre tra i primi RHCP, gli RHCP con John, e gli RHCP senza John. John si fa sentire, e probabilmente senza di lui i RHCP tornano ad essere quei raw talent dell’inizio, quei “talenti grezzi poco a fuoco”.

John quando entra nella band chiude il cerchio: era l’anello mancante. Con lui, i Red Hot ce la fanno: Blood Sugar Sex Magik esce nel 1991 ed è subito lanciato nell’Olimpo. Diventa il suono di quegli anni, tutti conoscono i Red Hot e tutti li amano. Ma ci vuole una buona dose di equilibrio per rimanere sull’Olimpo senza cadere… e John, forse spaventato dall’altezza e senza alcuna voglia di sfracellarsi al suolo- ha solo vent’anni, in fondo-, decide su due piedi di scendere dalle nuvole divine: nel 1992 abbandona il gruppo. Nel bel mezzo del tour. E gli RHCP sono costretti a trovare un rimpiazzo che possa assicurare loro un posto nell’Olimpo anche con un nuovo disco, e scelgono Dave Navarro. Funziona, non è malissimo… ma non è John. E dopo sei anni, nel 1998 John ritorna, per poi abbandonare di nuovo nel 2009. Nel ’98 i Red Hot lo riaccolgono e in qualche modo lo salvano dal mondo in cui John si era rinchiuso, un mondo molto vicino alla peggiore delle tragedie. Eppure, nonostante tutto, John non ha mai smesso di fare musica. Anzi, si è proprio chiuso nella musica, e Smile from the Streets You Hold è l’album che fa da testamento al periodo probabilmente più buio della sua vita. Probabilmente oggi John è pronto per aprirsi di nuovo, con i RHCP e con noi. Nei periodi di solitudine John si dedica molto alla sperimentazione, nel vero senso della parola, dimenticando le classifiche- che in realtà non gli sono mai importate: John fa un lungo percorso musicale, lo stesso percorso da solista di cui forse avrebbe avuto bisogno prima di trovarsi sull’Olimpo. John Frusciante da solo non somiglia sempre ai Red Hot, ma sperimenta anche tutt’altro: la seconda volta che John abbandona il gruppo, lo fa per seguire la strada della musica elettronica. Abbiamo suoni nuovi, diversi e a volte difficili, che lasciano un po’ spiazzati, ma in cui non si può non riconoscere il genio. Ascoltate Anne, Going Inside, Past recedes, Dying song per innamorarvi del Frusciante solista e geniale, ma anche Expre’act, Mistakes e Lowth Forgue, per capire di cosa stiamo parlando.

Non sappiamo perché John sia tornato, ma si può immaginare che lo abbia fatto per chiudere il cerchio. Un cerchio lasciato sempre aperto, dove nessuno è mai riuscito a sostituirsi a lui. Io credo poi che John sia ancora con noi perchè ha avuto il coraggio di staccare la presa, pur di fare i conti con sè stesso. Come sarebbe finita, se non avesse mai abbandonato il gruppo? Forse oggi, se John non avesse avuto il coraggio di staccarsi dai RHCP, non saremmo qui a parlare della gioia di averlo ancora sul palco. John Frusciante non è solo l’anima mai tramontata della band, ma è anche un genio straordinario, per questo fragile, volubile, ma salvo. E di nuovo nella band.

I Red Hot Chili Peppers hanno già cominciato a lavorare sul nuovo disco con John, e in un’intervista il batterista della band Chad Smith ci ha parlato di un John Frusciante cresciuto, autocosciente, che ha deciso di essere pronto per tornare a suonare in un gruppo… e quel gruppo porta ancora e per sempre il nome di RHCP. Che duri un anno o dieci anni, sono sicura che tutta questa attesa ci farà ascoltare un disco pazzesco, senza precedenti.

https://www.youtube.com/watch?v=NHivRSWp00g

I’m goin’ away forever

I’m goin’ away forever

never comin’ back this way

never comin’ back to this place

What i need is a heaven

what i really need is a heaven

a place to go where i can really be

a place to go where i can really be

where i can really be.”

Dying Song, John Frusciante, 2004.

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