Scrittura

IL MESTIERE DI SCRIVERE: scrittori non si nasce, ma si diventa (forse).

Certe volte penso che avrei preferito nascere con qualche altra vocazione, oppure con un’altra indole. Avrei potuto essere brillante ed estroversa, con una spiccata capacità di competizione. Avrei potuto sognare di diventare avvocato, o dentista, o campionessa olimpionica… e invece no, ho sempre sognato di scrivere. Mi ha sempre attratta la carta stampata, forse perché mi somigliava. Sono nata timida, introversa, silenziosa e capacissima di ascoltare, proprio come un foglio bianco che raccoglie i segni altrui, e che nel raccogliere si sporca… Sono nata con tutte le caratteristiche adatte alla scrittura romantica, che vede nello scrittore l’anima incompresa e dannata, chiusa in una stanza buia, con a fianco un bicchierino di whisky e una miriade di fogli sparsi sulla scrivania. Io ho sempre pensato che avrei amato fare questa fine e mi sollazzavo all’idea di diventare una scrittrice incompresa, circondata da fogli sparsi e whisky di pessima qualità. Ognuno ha i propri sogni, in fondo… Probabilmente ho cominciato a scrivere per riuscire a dire tutto quello che non usciva dalla mia bocca; mi piace sempre pensare alla scrittura come alla mia salvezza di bambina timida… Ho riempito tanti diari nella mia vita, e adesso riposano tutti impilati in un cassetto nascosto, tenuti insieme da uno spago. Somigliano a vecchi amici stanchi e polverosi che conoscono tutto di me, più di me. Quando poi sono cresciuta un po’, ho cominciato a pensare che certe cose scritte le avrei volute condividere con il mondo, forse per trovare qualcuno di simile a me. L’idea di scrivere un libro ha allora iniziato a solleticare le mie fantasie, e ogni volta che ci ho provato ho ricevuto delle belle porte in faccia, e probabilmente- con il senno di poi- è stato giusto così. Eppure, se avessi capito subito che fare lo scrittore non significa essere un’anima incompresa, forse certe porte in faccia me le sarei risparmiate. Perché in fondo uno scrittore dovrebbe essere un amante dell’umanità: scrivere significa passare tutto il tempo ad osservare il mondo, per poter condividere con gli altri delle storie… e questo esclude la possibilità di vivere rinchiusi in un tugurio, in mezzo a whisky e fogli sparsi. Peccato, ma è così: scrivere è un mestiere, non è solo una passione. E io l’ho capito a ventitré anni, ma non è mai troppo tardi.

Le prime rivelazioni sulla scrittura si sono presentate a me quando ho dato in lettura un mio dattiloscritto ad una persona del settore. Ero eccitatissima: credevo davvero che di lì a poco sarei riuscita a pubblicare qualcosa… e invece no, tutt’altro. La persona in questione mi ha dato appuntamento, mi ha fatta sedere e con dolcezza mi ha detto: questa cosa che hai scritto non è una storia. Ha poi continuato con l’espormi i miei errori, le motivazioni per cui ci sarebbe stato troppo da lavorare, e ha inserito qui e là qualche apprezzamento, giusto per non farmi pentire di aver preso in mano la penna. E da questa frase, questa cosa che hai scritto non è una storia, ho cominciato a riflettere davvero a lungo sul lavoro che avevo fatto e sulla mia attitudine alla scrittura: perché non era una storia? Che caratteristiche deve avere una storia? E quanto dovrei scrivere ogni giorno per esercitarmi? Quanti fogli dovrò buttare? Quali cose potrò tenere? Per chi voglio scrivere e che cosa voglio dire? Ecco, sono sorte in me delle domande che non mi ero mai posta prima e che, forse, mi avrebbero aiutata a scrivere qualcosa di migliore. Quel giorno ho provato delusione, ma non rabbia: capii in un attimo di dover modellare la mia passione e in qualche modo, di doverla anche un po’ addomesticare. Ho capito che anche le passioni vanno educate e necessitano di disciplina. Così, ho iniziato a lavorare sui libri degli altri, bloccando per un po’ la mia mano scrivente, che non si fermava da ventitré anni e che sta cominciando a muoversi di nuovo con l’apertura di questo blog.

Ho scoperto con una certa sorpresa che l’ispirazione è rara, il talento quasi inutile e che il whisky non ti fa concentrare. Per scrivere bisogna abituarsi a scrivere con disciplina, anche quando ci pare di non aver chissà cosa da dire. Gli scrittori veri lo sanno che scrivere è un mestiere, mentre gli aspiranti come me spesso si perdono nell’immagine romantica dello scrittore maledetto, ed è forse per questo che non pubblicano mai. La grande delusione mi è servita per abbandonare l’idea di essere nata per scrivere, e per abbracciare la convinzione di voler scrivere, aldilà delle mie presunte doti. E questo è stato l’inizio di un percorso di riposo dalla scrittura, attualmente ancora in atto e che prima o poi, ne sono sicura, darà i suoi frutti.

Ho letto molti libri che vi consiglio, riguardo alla scrittura: Pronto soccorso per scrittori di Jack London, I quaderni di PANTA- scrittura creativa edito Bompiani, On writing di Stephen King, Lezioni di letteratura di Nabokov, giusto per citare i miei preferiti. Da queste letture ho raccolto alcuni consigli preziosi, che ho diligentemente affisso sulla parete della mia stanza:

  • Scrivi almeno mille parole al giorno: che siano parole da cestinare, parole non ispirate, parole insoddisfacenti… per scrivere, devi scrivere. Ci sarà tempo anche di rivedere e cestinare, ma lo si potrà fare solo su del materiale.
  • Se possibile, fatelo tutto d’un fiato. Non scrivete un paragrafo ogni tre settimane e non trascinatevi dietro una storia per anni: capite quale storia volete raccontare- che non è scontato!-, provate a definire come volete raccontarla- e dovrete fare qualche prova-, e poi scrivetela senza fermarvi. Scrivetela tutta insieme. Trascinare un manoscritto per troppo tempo significa cambiare idea, cambiare voce con cui si narra, cambiare modo e cambiare stile, perché siamo purtroppo soggetti a continuo mutamento. Quindi siate voi stessi mentre scrivete e non condannate la vostra storie a mille voci diverse che la raccontano.
  • Una descrizione efficace consiste in pochi particolari scelti con cura per dare un’idea del resto. Ecco, non dedicate tre pagine intere alla descrizione dell’ambientazione, perché a meno che non siate un maestro della letteratura, rischiate di annoiare e di confondere. Date pochi cenni, ma che siano chiari. La mela era rossa e brillante, pronta per essere morsa. Questo basta a farvi immaginare un bel po’ di cose, e sono le cose importanti e funzionali alla storia: c’è una mela, sembra appetitosa, e probabilmente c’è qualcuno che se la vuole pappare. Non serve al lettore sapere il preciso codice cromatico del rosso della mela, per esempio. Quindi attenzione a non dilungarvi: immaginate la scena che volete descrivere e scegliete soltanto i dettagli che non possono essere omessi.
  • I dialoghi devono essere onesti e l’avverbio non è tuo amico. Esercitatevi a scrivere dialoghi convincenti e sperimentate diversi registri, a seconda del personaggio che sta parlando. I dialoghi ben fatti rendono la vostra storia credibile e, quando sono inverosimili, la rendono banale. Sono uno strumento a dir poco fondamentale! E l’avverbio… beh: in fase di revisione, divertitevi a tagliare gli innumerevoli mente presenti nel vostro testo, che non fanno altro che appesantirlo inutilmente.

Quando sentite l’esigenza di voler condividere qualcosa con il mondo attraverso la scrittura, chiedetevi sempre: come posso trasformare la mia esperienza in una storia? Quindi valutate, per esempio, se volete scrivere in prima persona oppure in terza; assicuratevi di conoscere più che bene la vicenda di cui volete parlare e impegnatevi a creare personaggi verosimili. Che significa? Significa creare personaggi con paure e desideri, significa dare delle motivazioni forti alle loro azioni. Per ogni personaggio, definite su un foglio la sua paura e il suo desiderio: questo vi aiuterà. Create una scaletta della vostra narrazione e cercate di articolarla più o meno così:

  1. Set up: presentate personaggi e ambientazione. Siate convincenti: fate che il lettore si interessi. Abbiate chiaro il vostro scopo. Portatelo con convinzione all’interno del vostro mondo.
  2. Innesco: definite quale sarà la situazione che darà il via alla narrazione e mettetela in scena. In altre parole, presentate un problema.
  3. Sviluppo: ampliate il problema e fate muovere i vostri personaggi. Fateli patire, scegliere, agire e subire.
  4. Punto intermedio: date una tregua. Dedicate qualche capitolo ad una situazione di calma, dove tutto sembra essersi risolto. Due amanti, nell’innesco, sono stati scoperti? Nello sviluppo sono stati cacciati dalle loro rispettiva case? Nel punto intermedio, fateli vivere insieme.
  5. Crisi: un altro problema, spesso e di conseguenza legato all’innesco. Magari i due amanti non si trovano granché bene a vivere insieme e la moglie del traditore ha cominciato a spiarli e seguirli…
  6. Climax: tutti i nodi vengono al pettine. E’ la situazione all’apice della tensione: i personaggi devono scegliere e devono fare i conti con i problemi accumulati. La moglie, diventata pazza di gelosia, potrebbe presentarsi a casa dei due amanti con l’intenzione di creare un po’ di panico…
  7. Epilogo: la storia si conclude. Assicuratevi di non aver lasciato vicende in sospeso e ricordate: se avete scritto una buona storia, il finale possibile sarà soltanto uno. Se, alla fine di tutto, non saprete che finale dare, significa che la vostra trama non sta in piedi.

Scrivere un libro non è semplice, né poco impegnativo. E’ un po’ come mettere al mondo un figlio: necessita di cure costanti, attenzioni, tempo ed energie. Senza almeno una di queste componenti, si rischia di essere genitori quantomeno disattenti. Siate dolci con il vostro lavoro, ma anche esigenti. Siate spietati con i vostri personaggi, ma anche comprensivi. Abbiate fiducia in quello che state scrivendo, purché lo stiate facendo al massimo delle vostre possibilità. Prima o poi, arriverà la nostra grande occasione, ne sono sicura.

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2 risposte a "IL MESTIERE DI SCRIVERE: scrittori non si nasce, ma si diventa (forse)."

  1. Transit ha detto:

    Considerazioni da condividere ma anche un percorso intimo e un ottimo post, anzi lavoro. La scrittura è applicazione artigianale, giorno per giorno. E se è una scrittura praticata con la penna, il martello e la zappa,oltre che di buone letture(intuitivamente personali) e anche con il piacere amoroso di saliscendi quasi con la benda sugli occhi, più dopo che prima, qualche cosa di buono, vista la semina, verrà fuori, anzi crescerà.

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