Filosofia

CHI SEI DAVVERO QUANDO NESSUNO TI VEDE?

Canta così Willie Peyote, no? Una domanda quanto mai attuale, ora che siamo tutti soli. Ora che siamo tutti a luci naturali spente, diciamo. Cosa rimane acceso quando il mondo vero è inaccessibile? Il led del televisore, gli schermi del cellulare, la playstation… la luce bluastra innaturale che illumina lo spazio buio quando guardiamo un film di sera. Potessimo vederci dall’esterno, come ci vedrebbe un estraneo intento a spiarci, che cosa penseremmo di noi stessi? Non vorrei farvi cadere nella trappola del povero Vitangelo Moscarda di Pirandello, però pensiamoci un attimo. Chi siamo davvero, quando nessuno ci vede? Chi siamo davvero adesso, mentre leggiamo queste righe? Cosa siamo quando ci togliamo di dosso lo sguardo dell’altro e caliamo il sipario? Quando rimaniamo al buio dietro le quinte, per intenderci. Quando siamo osceni, cioè fuori dalla scena. Mi piace sempre ricordare il vero significato di questa parola. Fuori dalla scena. Bellissimo. E poi capire che dire: “sei osceno!” significa insultarti: chi è osceno non può prestarsi agli occhi degli altri, non merita spazio sulla scena. E noi oggi, fuori dal mondo, siamo tutti osceni. Tutti a sipario calato. E a sipario calato, l’attore si toglie la maschera, sorride mentre ricorda la propria performance, e poi rimane solo. E chi è colui che rimane solo? L’attore non lo sa. Lo scopre soltanto a sipario aperto: è il pubblico a incoronarlo come persona definita.

Chi non sopporta la propria oscenità si crea il sipario da sè, anche senza che qualcuno glielo richieda. Forse lo sto facendo anche io, adesso. Mi creo questo siparietto di parole e mi mostro a voi per cercare di ritrovare chi credo di essere. E poi, quando spengo il PC e rimango sola, qualcosa si rompe. Lontano dagli occhi degli altri, qualcosa di me, cioè quello che gli altri vedono di me, si nasconde e rimane il nocciolo che nessuno conosce di me. Il nocciolo è sempre osceno e può disturbare tante volte. Per questo, forse, creiamo sipari: per tenere nascosto il nostro nocciolo, per non dover essere costretti a conviverci.

Quando mi capita di guardare i video TikTok che girano su Instagram, per esempio, mi nasce sempre un po’ di tristezza. Perchè? Non lo so. Mi sembra un sipario creato a doc per nascondere il proprio nocciolo, la propria oscenità, e per cercare con la potenza della propria immagine riflessa qualcuno che ti dica quanto sei divertente! E così tu ti ci senti, divertente. Perchè quando nessuno ti vede, tu non lo sai di essere divertente. Però non è una tristezza contro chi fa questo genere di video, perchè lo stesso discorso vale per i selfie, i pensieri scritti su Twitter e su questo blog. Abbiamo bisogno di un sipario, sempre. Non c’è scappatoia, non c’è eccezione: o accetti di doverti specchiare negli altri per definirti come persona, oppure diventi un eremita che rinuncia a sè. Lo diceva Battiato, questo, non Willie Peyote. Io provo tristezza quando poi immagino le luci spente nelle stanze di coloro che hanno ballato e cantato in playback davanti al proprio cellulare. Chi sono quando la musica finisce? Chi sono io quando stacco le mani da questa tastiera? Come si fa a definirsi senza l’occhio di qualcun altro?

Tanto un giorno viene fuori chi sei veramente/ e i vicini a studio aperto: -salutava sempre!-/ Non sai cosa si nasconde dentro ‘ste famiglie/ Col profilo condiviso e sotto il serial killer

Willie Peyote, Quando nessuno ti vede.

Il problema dell’identità è l’enigma più profondo e difficile da affrontare, oggi più che mai. Aldilà della simpatia della canzone, che affronta il problema dell’identità con ironia e una sorta di spensieratezza tagliente, dovremmo rifletterci. Che cosa crediamo di essere, anzi, che cosa rimane di noi quando togliamo gli altri dalla valutazione? Cosa rimane quando il sipario si cala, la maschera si toglie, il profilo social si chiude e la porta è serrata?

Rimane il nostro nocciolo, la nostra piccola mandorla oscena. Il nostro nucleo che non si può etichettare e che solo noi conosciamo. Il nostro segreto, la nostra natura più intima. Quanto è difficile rimanere fedeli al proprio nocciolo, quando il sipario si apre? Riflettiamo anche su questo. A che cosa ci serve metterci una maschera, perchè il nocciolo non può entrare in scena? Perchè abbiamo così paura di sparire dalla scena solo per essere stati sinceri? Ma sinceri davvero. Non pensate ai cliché, non crediate di essere davvero sinceri solo perché dite sempre le cose come stanno. A chi le dite? A un altro. Io dico sinceri con voi stessi. Io dico accettare la propria mandorla, la propria intimità segreta. Abbiamo tutti almeno un segreto, ed è proprio quel segreto ad essere il figlio del nostro nocciolo osceno.

Illuminante, su questo tema, L’identità di Milan Kundera. Leggetelo, e approfittate delle luci spente per cercare la vostra mandorla. Che sia questa l’epoca storica in cui finalmente riusciremo ad aprire gli occhi sulle cose nude, oscene e lontane dalle etichette? Forse sì, forse è questo il momento.

https://youtu.be/r2mpTFX7boI, divertitevi con l’ascolto, e poi pensateci su…

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5 risposte a "CHI SEI DAVVERO QUANDO NESSUNO TI VEDE?"

  1. J ha detto:

    Difficile come rispondere alla domanda “se un albero cade in una foresta e nessuno è lì ad ascoltare, fa comunque rumore?”
    Penso che noi siamo ‘anche’ quelli che stanno davanti al pubblico.
    La socialità ha delle regole non scritte che siamo tenuti a rispettare, all’interno di esse siamo però liberi di interpretarle, ognuno a proprio modo, altrimenti saremmo automi prodotti in serie e programmati alla vita. Il mio pensiero è che possano coesistere entrambe le maschere, o meglio ancora che nessuna delle due lo sia.
    Non concordo invece sulla necessità di crearsi una scena, si rischia di confondere l’interazione umana con il mettersi in mostra. Cercare il confronto -come hai fatto con il tuo post- è parte del nostro istinto, mettersi in mostra implica altre dinamiche che certe personalità possono far coabitare con quella più privata.
    Alcune rock star ne sono esempio vivente, circoscrivono e concentrano la loro esuberanza sul palco e una volta scesi, all’interno delle loro case, tornano ad essere persone comuni.
    Grazie per il post, è un tema che -come avrai intuito- seguo con attenzione.

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    • È vero che però la scena è anche tutto quello spazio condiviso, volutamente o meno, che a volte sentiamo come se fosse parte integrante di noi, quando in realtà c’è sempre un “io” che in quello spazio non trova il proprio posto… E rimane chiuso fuori, spesso anche perché noi stessi non sappiamo di averlo. Ecco, scena intesa sia come naturale interazione, sia come esibizione. Io vedo la personalità come un insieme di tanti frammenti, molti dei quali inesplorati… Ma è un discorso davvero complesso e aperto. Grazie sempre del feedback!! È bello confrontarsi e sono contenta che in qualche modo riesco ad aprire confronti.

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  2. La nostra è una tournée costante, ogni luogo, ma soprattutto ogni spazio ci concede di stabilirsi ad esso come un palcoscenico, e iniziare la nostra recita, la nostra perplessità verso il fatto reale del tempo di struccarsi a fine giornata , dei sogni, continuando a credere di essere se stessi.

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