Filosofia

A cosa servono le cosiddette teorie del complotto?

Che cos’è una teoria del complotto? E quante ne leggiamo al giorno, magari racchiuse in uno striminzito post su Facebook? E che cos’hanno in comune le persone che vi aderiscono? Perchè, insomma, vengono pensate e condivise con tanto spirito?

La premessa è che, come sempre, lascerò un punto di domanda alla fine di questo articolo. Non è un articolo teso a confutare le teorie complottistiche, tantomeno ad avvalorarle; mi sono semplicemente chiesta che cosa spinga alcune persone a voler a tutti i costi attribuire un senso tanto criptico e segreto agli eventi. Una teoria del complotto è generalmente anticapitalistica e, a prescindere dalla tematica, vede nell’economia, nel denaro e nel potere una grande menzogna usata per muovere l’umanità, vista come un grande teatro di marionette. Una teoria del complotto che si rispetti attribuisce ai potenti enormi capacità manipolative e persuasive: per esempio, ci hanno fatto credere che la Terra sia sferica! Ci hanno propinato un video fake sullo sbarco sulla Luna! Ci stanno costringendo a casa per renderci deboli e per farci accettare un vaccino, che poi in realtà sarà un microchip installato per controllarci. Questi loro che muovono il mondo devono avere un bel progetto in mente, e tanti fili in mano, se davvero sono riusciti ad architettare tutto quanto con tanta maestria. Ma perchè farlo? E chi lo fa, soprattutto? Qual è la cerchia che tiene in mano i fili del mondo? Questo, i complottisti, non lo sanno. Lo immaginano, si arrovellano, ma non lo sanno. Si creano allora sub teorie di diversa fattura che tirano in causa forze aliene, sette sotterranee, confraternite, eccetera eccetera. Però i complottisti, pur non avendo una risposta certa e univoca, scelgono una sub teoria che si addice ai loro pensieri e ci credono… Beh, tutto questo che cosa vi ricorda?

La religione mi sembra che non vada più di moda. In questo momento storico, Dio sembra averla fatta troppo grossa. Ci siamo resi conto che l’essere umano è in grado davvero di fare il Male, ma il Male vero, con la lettera maiuscola, quel Male che porta all’inferno… e allora è forse troppo difficile credere che davvero qualcuno dall’alto ci guardi. O meglio, è difficile credere che un essere assolutamente buono, dall’alto ci guardi e ci compatisca. Il Male c’è sempre stato, direte voi, e mi trovate in accordo. Ma nei secoli scorsi mancava la possibilità di scelta, non c’era fluidità di informazione. Si credeva a Dio perchè non c’era il documentario che ti parlava degli alieni; si credeva a Dio perchè non c’era Internet a parlarti del Big Bang, e tu non eri uno scienziato; si credeva a Dio perchè, in larga misura, non si poteva non crederci. E qual è l’attinenza con le teorie del complotto? La necessità tutta umana di dare un senso alle cose. Quando l’umanità ha perso Dio e ha guadagnato libertà d’informazione, non ha mai smesso di chiedersi il perchè delle cose. L’uomo non ha mai smesso di creare significati. Attribuire la catastrofe ad un dio arrabbiato o al capo del mondo travestito da Presidente, è esattamente la stessa cosa. E spesso le persone che credono al complotto sono le stesse che hanno avuto fede o che continuano a professarla. Sono anche coloro che prima di credere al terra piattismo, per esempio, hanno messo in dubbio la validità della religione. Mischiano le cose, nella loro pozione di fede, per cercare di dare un senso globale che sia al passo coi tempi. Cercano un significato che possa includere la modernità. Dio non è più l’anima che ha creato e che muove il mondo: oggi Dio è stato sostituito da qualcosa di più terreno, più segreto e più difficile. Più inquietante, anche: Dio oggi non c’è, e al suo posto c’è un essere umano come noi- magari aiutato da qualche forza aliena- che decide il da farsi. E che non ha mai buone intenzioni. Una fede al rovescio: oggi siamo costretti ad aver fede nel Male. I complottisti vogliono convincere ad aprire gli occhi sul Male e vogliono dargli una forma precisa e una storia precisa. Perchè credere che dopo la morte ci sia il Paradiso è consolante, ma anche credere di aver smascherato il Male sulla terra e scegliere di non appartenergli, lo è. Il mondo sta cambiando troppo per fare sì che le religioni restino invariate e intoccabili come lo sono sempre state: oggi all’uomo serve qualcosa di più in cui credere. E i complottisti sanno di cosa si tratta.

In effetti la funzione della religione non è altro che consolatoria. La morte fa paura a tutti e credere che le luci rimarranno accese anche nell’aldilà ci dà calore. E le teorie del complotto assolvono la stessa funzione: che cosa è peggio? Credere che il mondo stia rotolando in basso senza freni, mossa dopo mossa, secondo leggi puramente meccaniche di azione-reazione, senza alcuna possibilità di scelta per l’essere umano, oppure credere che sia tutto opera di una mente umana che, essendo umana, si può provare a sconfiggere? Beh, la seconda opzione mi sembra meno buia. Come mi sembra meno buia la scelta di credere in Dio. Che ne sarà, tra un centinaio di anni, delle religioni? Verranno annientate definitivamente? Verranno sostituite dalle teorie del complotto? Improbabile, ma non impossibile. Verranno fondate nuove religioni? Scenderà un nuovo messaggero, sulla Terra, per professare nuove fedi? Possibile. In fondo, la storia è destinata a ripetersi, questo si sa. E poi mi chiedo: perchè è così difficile per l’essere umano accettare di dover morire? Perchè attribuiamo alla morte così tanti significati? Basta guardare un documentario sulla fauna africana per capire che gli animali accettano la morte molto meglio di noi. Le gazzelle ci passano con leggiadria vicino alle leonesse. Ci devono passare. Ci passano a tanto così dalla morte, non fanno granché per evitarla. Hanno solo l’istinto di sopravvivenza a tenerle all’erta. Noi invece siamo stati condannati alla riflessione sulla morte. Il complotto e la religione nascono da qui, da questa condanna. Da quello che per gli dei doveva essere un regalo per gli uomini, cioè l’oblio della morte. Lasciarci vivere la nostra vita come se non dovessimo mai morire. Stendere un velo nero sull’unica cosa certa della nostra vita. Che bel paradosso, no? Che gli dei abbiano sbagliato a fare i conti? E che proprio da questo oblio siano nati il Male radicale e la necessità di avere fede? Come cambierebbe l’umanità, se il velo nero dell’oblio si sollevasse per sempre?

E chi lo sa se invece, tra un centinaio di anni, ai complottisti verrà data la ragione? E sul Coronavirus, cosa vi spaventa di più? Sapere che si tratta di un errore destinato a ripetersi a causa delle leggi meccaniche indipendenti dall’uomo, oppure sapere che si tratta di un’arma segreta usata dai capi del mondo per definire le sorti del mondo? Cosa vi fa sentire meno impotenti? Si può anche decidere di non pensarci, volendo. E vivere come quelle gazzelle leggiadre che sfiorano la morte ogni giorno, e non sto facendo dell’ironia. Certe volte il peso della riflessione è davvero ingombrante, ma la cosa importante è lasciare sempre uno spiraglio di dubbio, e non finire a pubblicare fake news virali che parlano di apocalisse imminente. Ricordarsi sempre che la verità non è alla nostra portata. Ci è stato donato soltanto l’oblio.

Standard
Film, Filosofia

DONNIE DARKO e i viaggi nel tempo.

Donnie Darko è un film che lascia inquieti e che necessita di un paio di visioni, forse, per essere compreso nel suo insieme. Vi consiglio di guardarlo prima di leggere le righe che seguiranno, perchè contengono spoiler a non finire e perchè si concentrano sul finale e sul senso globale del film, lasciando in disparte trama, recensione, impressioni e quant’altro. Avvisati.

Donnie Darko è un film che parla di morte, ma da un punto di vista inconsueto: il protagonista, schizofrenico, riesce a sfuggire alla morte perchè viene salvato dalla visione di un coniglio gigante di nome Frank, che lo porterà fuori di casa per evitargli la morte. Infatti, il motore di un aereo mai identificato si schianterà proprio nella stanza da letto di Donnie, nel bel mezzo della notte. Il coniglio, portato fuori Donnie poche ore prima dello schianto, gli comunicherà che il mondo, da lì a 28 giorni, finirà.

Dallo schianto in poi, entriamo in quello che viene definito come Universo tangente: è una dimensione spazio-temporale che si origina da una disfunzione della dimensione del Tempo, nell’universo primario. A causa di questo incidente nell’Universo Primario, in un luogo ben preciso si forma un vortice che ruba dall’Universo Primario, in un punto casuale della dimensione Futuro, un oggetto di metallo e se lo porta in un nuovo Universo che prende il via da quel momento in poi: l’Universo, appunto, Tangente. Questi, a grandi linee, sono i temi affrontati in “filosofia dei viaggi nel tempo“, il libro scritto dalla cosiddetta Nonna Morte e che viene donato a Donnie dal suo professore. L’oggetto di metallo che genera l’universo tangente è proprio il motore di quell’aereo mai identificato, che “sembra sia arrivato dal niente”, dice la sorella di Donne con sospetto misto a divertimento. E Donnie, dopo lo schianto, ha 28 giorni di tempo per vivere in questo universo tangente e per cercare di capire quale sia il senso effettivo degli eventi. Lo schianto del motore è un errore temporale destinato a riproporsi infinite volte nell’universo primario, a meno che non intervenga qualcuno che possa bloccarne il flusso. Come se l’universo fosse un enorme computer, e l’universo tangente un errore di sistema. Donnie Darko… sembra il nome di un supereroe dice Grechen al protagonista, mentre passeggiano. In effetti è così: è a Donnie che viene dato modo di rimediare all’errore, prima che l’universo tangente imploda, generando un buco nero. Frank, con quello stupido costume da coniglio e Donnie, con quello stupido costume da umano, collaborano per salvare l’universo primario dall’errore. Frank tira fuori dal letto Donnie proprio poco prima dello schianto e lo guida, all’interno del nuovo universo, alla scoperta dei viaggi nel tempo. Solo scoprendo la possibilità di creare un whormhole, cioè un’apertura temporale in grado di permettere lo spostamento nello spazio-tempo, Donnie riuscirà ad arrestare la ripetizione infinita dello schianto.

E’ allo scadere del tempo, quasi, che a Donnie viene presentata la scena finale, cioè l’implosione dell’universo tangente e la riproposta dell’errore, dove il motore che si staccherà apparterrà all’aereo su cui viaggiano sua madre e la sua sorellina. Donnie sceglie di sacrificarsi: nell’universo tangente in cui ha vissuto, Grechen- la sua fidanzata-, è morta e non può accettare che muoiano anche sua madre e sua sorella. Decide così di riavvolgere il nastro e di tornare a quella famosa notte in cui il motore dell’aereo si schianta proprio nella sua cameretta. Sceglie di restare a letto. Muore. Toglie così l’errore dal sistema.

La scena finale vede la famiglia di Donnie disperata per la morte del ragazzo e Grechen, che passava casualmente di lì con la bicicletta, si ferma e assiste. Grechen e la madre di Donnie si scambiano un lungo sguardo, come se si riconoscessero, e si fanno un cenno con la mano. E’ solo un attimo, un riconoscimento passeggero e lontano. L’universo tangente, per loro, è come se non fosse mai esistito, ma il regista lascia intendere che sia rimasta un’ombra, una traccia sbiadita di passaggio…

La straordinaria peculiarità di questo film è che tutto quello che ho appena scritto, rimane sospeso: è quasi come se fosse uno sfondo incerto, aperto, che lascia interdetti e che può anche non venir compreso. Il fantascientifico è un sottofondo musicale che accompagna la storia di Donnie, un adolescente disturbato che disturba nello stesso tempo, diventando il portavoce della controcorrente. In fondo, non dimentichiamo poi che Donnie è schizofrenico: potrebbe essere stata forse tutta una grande allucinazione prima dello schianto, oppure un sogno, no? Ti lascia di sasso e ti mette di fronte a delle domande che non ti eri mai posto prima. Rovescia le certezze più semplici, le ancore assolute: rovescia la nostra concezione del tempo. Ci mette di fronte al più grande dilemma che investe da secoli il nostro sapere: che cosa sono lo spazio e il tempo? E poi, che cos’è la morte, che cosa sono gli universi paralleli? C’è possibilità che si verifichi un viaggio temporale? Secondo i calcoli della fisica quantistica, sì. La fisica generale, però, non può dimostrarlo empiricamente. Sono tanti numeri che rimangono sospesi, proprio come nel film, e che vengono proposti in modo aperto. Forse, tra millenni, saremo adatti a dare prova di questi numeri, ma non oggi. La morte in questo film aleggia indisturbata, ma è una morte obliqua, ampia, aperta alla possibilità.

Il tempo non è una linea dritta, e questo è risaputo. Noi siamo qui per puro caso, con il nostro stupido costume da uomo, e questa è una possibilità verosimile. L’universo è largamente inesplorato, e questo è un nostro limite. Il cervello che abbiamo è sfruttato soltanto nella sua minima parte, e forse, se ci sarà evoluzione, potremo sfruttarlo in pieno tra anni luce. E non sappiamo che cosa può dare il nostro cervello, al massimo delle sue possibilità. Anche il tema della schizofrenia è toccato nel film, io credo, per costruire ponti: è la malattia mentale meno conosciuta, seppure sia la più grave, ed è all’apparenza insanabile. E se la stessa malattia fosse una disfunzione cerebrale che apre alla visione, e non che la occlude? Una malattia inoltre presentata in un contesto sociale ipocrita all’estremo, dove la follia vera viene accettata senza remore, nella piccola cittadina. Dove solo la catastrofe può porre una fine temporanea alle futilità. Non lo so, e non lo sapremo probabilmente mai. E per questo è giusto chiederselo, e fare questi film, e leggere certi libri: che cosa ne sappiamo, a conti fatti, della verità?

Standard
Libri, Scrittura

NABOKOV e L’INDICIBILE: COME E PERCHE’ SCRIVERE UNA PROSA MAESTOSA E PERICOLOSA DI NOME “LOLITA”.

Quando nel 1955 Vladimir Nabokov, trasferitosi dalla Russia, lancia Lolita  nella bocca degli editori abbandona in via definitiva la sua lingua madre russa, con tutte la conseguenze culturali che ne derivano, per abbracciare la lingua inglese come lingua professionale ed aprirsi al nuovo mondo, l’America. L’America, il simbolo del sogno, della vittoria e del peccato. Con la lingua inglese, che Nabokov già parlava fluentemente da bambino, lo scrittore pare avere il totale accesso al mondo: riesce a scrivere in maniera magistrale, addirittura in modo pudico e inizialmente prudente, un romanzo indicibile che ha potuto scrivere solo ambientandolo in America , << Lolita, light of my fire, fire of my loins. My sin, my soul>>.

 Nabokov l’ha fatto: ha scritto un romanzo che ti scandalizza, ti turba e ti fa credere di star leggendo l’espiazione di un peccato perdonabile, e subito ti fa pentire di tale pensiero. Quando decide di abbracciare la lingua inglese e la cultura che essa incarnava, Nabokov sembra trovare il modo di liberare in via definitiva il potere della propria scrittura ed egli stesso, nella post fazione del romanzo, sembra confermarlo in qualche modo: la genesi della prima idea dell’opera, spiega l’autore, risale al 1940 e il flash creativo arriva a lui gradualmente e prudentemente- le pagine che egli scrive sono in russo e sono ambientate in Francia. Da qui, il prototipo del romanzo vede Arthur, un professore dell’Europa Centrale e un’anonima “ninfetta” che solo dopo, nel ’55, chiamerà Lolita; l’idea del desiderio perverso dell’uomo nei confronti di questa enigmatica ninfetta rimane anche in lingua russa, ma viene stroncata e duramente spezzata dal suicidio di Arthur, il quale, non riuscendo ad abusare della piccola ragazzina, si butta sotto le ruote di un camion. Il finale ricorda vagamente gli intenti di Tolstoj, che aveva fatto buttare Anna Karenina sotto un treno in corsa per non lasciare che nell’opera trionfasse l’indicibile, che in quel contesto era l’adulterio. Forse Nabokov aveva bisogno di staccarsi dai suoni duri e sentenziosi della propria lingua madre per poter lasciare non solo che Humbert Humbert, il patrigno di Lolita, abusasse più volte di lei, ma addirittura potendo spiegare con un’infallibile, meravigliosa e perfetta prosa ogni minimo pensiero, intento e desiderio del protagonista. È una prosa che doveva nascere, svilupparsi e vedere la luce solo in inglese, definita da qualche primo lettore del tempo come << la giovane America che travia la vecchia Europa>>, ed è così. Leggendo il romanzo si capisce che è così e non può essere in altro modo: Lolita è un salto, un attraversamento, una provocazione ed un distacco. Nabokov si è insediato nel “Nuovo Mondo” e lo  ha scavato, scrivendo un singolare caso di prosa esteticamente e stilisticamente perfetta, in contrasto con un tema assolutamente tabù, che costò al manoscritto molti editori e lettori sconcertati e disgustati. Ma che cosa è stato, dunque? Che cosa ha spinto Nabokov a scrivere la confessione di quello che si rivelerà a tutti gli effetti un pedofilo e un rapitore, quale è stata la spinta? Perché Humbert Humbert non si è buttato sotto quel camion, lasciando il lettore tranquillo e beato, sicuro che quel male sarebbe morto con il protagonista suicida? È stata l’America, sicuramente è così. La Russia avrebbe sepolto Humbert Humbert sotto le ruote e non ci sarebbe stato alcun salto. Lontano dalle sponde sicure e familiari della lingua russa, Nabokov ricrea se stesso riuscendo a farci assaggiare un’altissima opera dallo sfondo inquietante e deviante che non ritrae affatto l’America che egli vivrà e amerà come seconda patria, ma di certo che nasce dall’incontro con essa.

“Dopo che l’Olympia Press pubblicò il libro a Parigi, un critico americano pubblicò l’ipotesi che Lolita fosse il resoconto della mia storia d’amore con la letteratura romantica. Questa elegante formula diverrebbe più esatta se si sostituissero a << letteratura romantica>> le parole << lingua inglese>>.”, Vladimir Nabokov, 1956.  

Se Nabokov non avesse incontrato l’America, Lolita sarebbe salva. Se non si fosse spinto oltre la gabbia della lingua madre, forse Lolita non sarebbe mai esistita e, leggendo il dizionario, la voce “adolescente provocante che seduce uomini maturi” sarebbe inesistente, o porterebbe un altro nome, e nessuno avrebbe goduto dell’epopea a stampo russo-americano di Humbert Humbert, infine processato, sì, ma salvo e non suicida, ancora malato, ancora legato al tempo perduto della propria infanzia, per sempre fermo in esso.

Standard
Musica

MusicMonday! SUBSONICA e il MICROCHIP TEMPORALE.

Avrei voluto parlare di qualche altra band, magari meno conosciuta. Avrei voluto scrivere un articolo diverso, ma invece sono qui a scrivere questo, probabilmente mossa da un po’ di nostalgia. In fondo al mio Moleskine color petrolio, nella tasca grande, ho trovato la busta con dentro i biglietti per il concerto dei Subsonica. Li presi a dicembre per festeggiare il mio primo esame all’università. Quando li acquistai ero in treno, avevo appena preso 30 in storia greca dopo quattro anni di sospensione degli studi, ero senza mascherina ed ero stanca di fare avanti e indietro da Milano. Il concerto sarebbe stato tra due giorni… e sarei stata molto felice. Stamattina ho guardato i biglietti, mi sono ricordata di quanto non vedessi l’ora di andarci, e poi li ho riposti. Mi sono detta: perchè non scrivere di questo? E allora eccoci qua. Il MusicMonday di oggi sarà dedicato ai Subsonica, la band della mia infanzia, della mia adolescenza e spero anche della mia intera vita adulta.

La prima canzone che ascoltai dei Subsonica fu, come penso per molti, Incantevole: “fuori è un mondo fragile/ ma tutto qui cade incantevole/ come quando resti con me”. Ero piccola, non capivo, ma mi ci affezionai. A volte penso che la musica ascoltata da bambini sia in grado di influenzare il nostro orecchio per sempre, soprattutto se di musica in casa ne gira tanta. Da me girava. Serviva a coprire i silenzi densi, ma almeno girava. In casa mia c’era Bersani, c’era Battiato, c’erano i Depeche Mode, c’era Battisti, c’erano i Red Hot Chili Peppers, c’erano i System Of a Down, c’erano i Bluvertigo e c’erano i Subsonica. E il mio orecchio è stato influenzato per sempre, ma non so come vada per gli altri.

I Subsonica sono insieme dal 1996, cioè da quasi ventiquattro anni, cioè da quando io sono nata. Non si sono mai sciolti e tutt’oggi sono la band italiana migliore da andare a sentire in concerto, e non lo dico solo io. ( https://www.rollingstone.it/musica/live/i-subsonica-sono-la-migliore-live-band-italiana-ancora/446495/#Part1 ). Io li sentii in Piazza Duomo all’incirca nell’estate del 2014, quando suonarono per la prima volta Lazzaro in vista dell’uscita del loro settimo album, insieme ai loro pezzi storici, e devo dire che fu un evento epocale. Ricordo che mi fecero male le gambe per qualche giorno e che riguardando i video online del concerto, mi sorpresi di tutta la gente che la piazza era riuscita a contenere. Mi sorpresi di essere riuscita a stare proprio in mezzo senza sentirmi asfissiata. Mi sorpresi di non essermene accorta. Avevo diciassette anni e mezzo ed era il mio terzo concerto della vita, ma fu il primo a cui andai senza un adulto. Mi sarebbe piaciuto riuscire ad andare a più concerti dopo, dal 2014 in poi, ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto per futilità: devi lavorare, devi riposare, devi studiare. E mi sono persa un bel mucchio di cose. Quando presi i biglietti di questo concerto dell’8 aprile 2020, mi dissi: il duemila e venti sarà l’anno in cui andrò a più concerti possibile… Sì, come no.

I Subsonica fanno una buona, buonissima musica. Le basi su cui si poggiano i testi sembrano appartenere ad un altro universo. Il genere è rock elettronico ed è rimasto quasi invariato nel tempo, nonostante siano passati anni, mode e gusti. I Subsonica sono sopravvissuti al ricambio generazionale, ma non solo: nell’ultimo album hanno voluto accogliere la nuova musica e hanno riproposto Microchip Emozionale in collaborazione con diversi artisti “di oggi”, quali Willie Peyote, Coma Cose, Coez, Cosmo, e diversi altri. L’album in questione si chiama Microchip Temporale. Perchè farlo? Io credo per accogliere, raccogliere e condividere, per rispetto ad un concetto di universalità della musica che va completamente aldilà dell’etichetta e del senso singolare. La musica non è un fatto privato e Microchip Temporale è un incontro. Tante persone e molti fan della band hanno visto in questo progetto un confronto che non regge, preferendo l’album originale, ma io credo che non serva operare confronti. Non è questo il senso: non è un progetto di competizione. E’ un’apertura, un regalo e un bel modo di vedere la musica. Io stessa preferisco l’album originale, ma è normale! Eppure ho comprato anche questo. E l’ho ascoltato, e mi è piaciuto e ho pensato che è stato un bel modo per allacciarsi agli ascoltatori di oggi. In tanti avrebbero cambiato stile e si sarebbero adeguati al flusso, alla moda, alla novità, pur di comprarsi le orecchie della nuova generazione- e in quanti lo hanno fatto!-, ma loro no. Loro hanno scelto di riproporre un album storico e di lasciare che cambiasse in maniera naturale, per opera dei suoni degli altri. I Subsonica si sono completamente dati agli altri senza cambiare identità, e chi addita questo album come un brutto confronto non credo abbia capito di cosa stiamo parlando. Mi viene voglia di citare un verso della canzone di Boosta featuring Luca Carboni, che dice esattamente questo:

“Vivi con discrezione, stoicamente

E lascia il passo a tutti questi figli in cerca di sole

Alla luce di una stanza, non è abbastanza

Non è abbastanza

Stanza dopo stanza

Imparo e insegno

A tratti non comprendo

Ma colgo l’urgenza come un fiore già nato

Per questo reciso

Rimango al freddo e non ti accecherò.

Come la neve- Boosta ft Luca Carboni.

Con quest’album i Subsonica hanno colto la propria urgenza di fiori già nati e recisi. E’ un bel modo di fare musica, diamine. Stanno insieme dal 1996 e hanno sempre fatto un bel rumore. Sempre. Non c’è un testo che sia banale. Non c’è un suono che sia messo a caso. Sono un enorme pezzo di storia della musica che continua a battere i piedi insieme a una quantità smodata di gente… e se il mondo non cambierà troppo, spero che questo legame tra suono e arti di estranei che si muovono e si toccano sotto il palco non si spenga mai. Il tour è stato riprogrammato per l’autunno, e tutte le nuove date le trovate qui:

La capacità di scrittura dei Subsonica è fuori norma. I suoni sono pazzeschi. L’attitudine è degna di un encomio… se non li conoscete, e credo sia assurdo ma tutto è possibile, cosa aspettate ad ascoltare qualcosa? Tipo:

  • Lasciati;
  • Dentro i miei vuoti;
  • Dormi;
  • Veleno;
  • Il diluvio;
  • I cerchi degli alberi;
  • Il terzo paradiso.

Giusto per citare le mie preferite assolute.

Tra due giorni sarei andata al concerto e sarei stata molto felice. Probabilmente tra due giorni metterò l’album a tutto volume e farò finta di essere in mezzo a una marea di persone sudate. O magari no, perchè sarebbe brutto fare finta. Magari aspettiamo.

“Gelidi i tuoi occhi/

Due orbite in un cielo senza luce/

Nel tuo cuore il vento/

L’eclissi di una sazia e spenta civiltà”.

La Glaciazione, Subsonica.

Per rimanere in tema apocalisse… ( https://www.youtube.com/watch?v=nh-llB68CA0 ).

Standard
Scrittura

Perchè in quarantena si legge e si scrive di meno?

Quante volte abbiamo sognato di avere più tempo a disposizione per leggere un altro capitolo, o per scriverlo? In tempi normali, dico. Quando andavamo al lavoro, facevamo le piroette per stare dietro ai tempi di consegna e ci dicevamo: – non ce la farò mai, a finire di fare tutto-. E sognavamo di poter avere più tempo. Sognavamo il tempo, perchè non ne avevamo… E adesso, invece? Ho notato che la distrazione facile non è soltanto un mio problema. Ho letto di molti lettori accaniti che si dedicano ai romanzi con meno attitudine, o di scrittori in blocco da pagina bianca, che scrivevano di più quando avevano soltanto un’ora di tempo la sera. Mi sono accorta io stessa di quanto sia difficile rimanere a fuoco sulle cose, mentre il tempo intorno a noi si è allargato a macchia d’olio. Studio, leggo e scrivo meno, e non sento di avere la concentrazione adatta. Ma perchè? Di chi è il problema? E come si risolve?

I motivi di questo calo di attenzione credo siano di diversa natura. Innanzitutto, a meno che non viviate completamente soli, il primo problema con cui dovete fare i conti è il rumore. In casa c’è sempre un gran baccano: padelle che friggono, posate che cozzano, telegiornale a tutto volume, bambini che si annoiano… E spesso è difficile decidere di chiudersi nella propria stanza, quando già si è costretti ad essere chiusi in casa. Quindi lasciamo la porta aperta, accogliamo il rumore come fosse un segnale di vita inestinguibile, e rinunciamo alla concentrazione pur di non isolarci più del dovuto. E addio capitolo da terminare. Un altro problema, anche se in tempi migliori ci appariva come la soluzione, è la grande quantità di tempo che abbiamo a disposizione. A quanti capita di dire: – questo lo farò dopo, tanto ho tempo?-. E così perdiamo tanto, tanto tempo. Ne abbiamo molto e ne sprechiamo molto, perchè tanto di tempo ce n’è. Non impariamo proprio mai… E poi, un’altra cosa che mi viene in mente è che di solito, quando scriviamo e leggiamo, lo facciamo per mettere in stand-by la vita vera. Lo facciamo per entrare in contatto con altri mondi, o con noi stessi, soprattutto quando siamo molto stressati. E oggi invece, forse è più difficile mettere in stand-by. E’ difficile mantenere le distanze da una situazione così atipica ma vicinissima, forse non è possibile evitare di pensarci. Ed è così perchè non c’è separazione: tutto si svolge nello stesso ambiente, da mattina a sera, e le linee che prima separavano il lavoro dalla casa, per esempio, o lo svago dal lavoro, non esistono più. Non è facile mettere in stand-by qualcosa di così pervasivo. Non è facile tracciare linee divisorie… E che fare, dunque?

Io a volte credo di non riuscire a concentrarmi perchè una vocina lontana dentro di me, a cui cerco di non dare mai attenzioni né speranze, dice: -ma chi te lo fa fare, adesso?-. Cerco davvero di non ascoltarla, ma a volte prende il sopravvento. Ma chi te lo fa fare, adesso? Come se questa situazione non dovesse finire mai. Come se rimarremo in stand-by per sempre, asettici, tristi e lontani come animali in uno zoo. Giuro, questa vocina dentro me sopravvive un paio di minuti al giorno, e poi mi faccio forza per soffocarla. Ma esiste. Esiste e mi fa venire rabbia. E dalla rabbia risorge la volontà: ho costruito tutto questo, per vederlo fare a pezzi da una situazione che non posso controllare? No. Devo continuare a costruire. Guai a dar troppa retta a questa vocina… perchè è un po’ come pensare alla morte ogni tre secondi. Ma chi te lo fa fare, se tanto dovrai morire? Non è giusto pensare a questo. E impegniamoci a non farlo. Soprattutto oggi. Perchè dovremo essere pronti quando tutto finirà, non arresi. Pronti.

Quindi, come risolvere il problema della distrazione facile?

  1. Accetta di isolarti. Non stai facendo un torto a nessuno: dedica al tuo lavoro il tempo che serve. Quindi crea l’ambiente e chiudi fuori i rumori. Quando uscirai dalla stanza, ti sentirai meglio: hai fatto una cosa produttiva che ti farà andare a dormire con qualche speranza in più.
  2. Ogni mattina, crea un piano della giornata: potrà sembrare stupido, ma spesso avere gli obiettivi scritti nero su bianco aiuta. Sii preciso, ma non troppo: dividi, per esempio, in tre blocchi- mattina, pomeriggio, sera. E in ogni blocco inserisci il tuo piano d’azione.
  3. Prendi spunto da questa situazione surreale per immaginare e per ricordare. Fai qualcosa che possa mettere a tacere la vocina dentro di te che spinge per farsi sentire e per demoralizzarti. Accetta di mettere in stand-by la preoccupazione. Accetta mondi diversi da quelli che vivi ogni giorno. Non farti bombardare dalle notizie del telegiornale e non essere ossessivo. Crea un qui e ora che ti possa aiutare a pensare a qualcos’altro. Crea il tuo spazio di distrazione e non sentirti fuori luogo, nel farlo. Fallo: ti sentirai meglio, e pian piano la concentrazione tornerà ad essere a fuoco.
  4. Prova a scrivere un diario. Concediti un’ora ogni sera per riflettere sulla tua giornata e dai un senso al tuo tempo. Scrivere aiuta, e non sono di parte: lo dicono tutti. Scrivi ogni giorno quel che ti passa per la testa. Quanto sarà bello, un giorno, poter rileggere le pagine scritte oggi? Perchè anche il tempo morto che viviamo oggi è prezioso e non dobbiamo dimenticarlo.

Ammetto che ogni mattina io faccio sempre un bello sforzo per mettermi a fuoco, e all’inizio dovevo davvero costringermi. Ho cominciato a scrivere questo blog per dare un senso al tempo, e mi sembra stia funzionando. E voi? Cosa fate per dare un senso al vostro tempo? Pensateci oggi, perchè quando tutto finirà vi pentirete di esservi sentiti arresi, durante questo tempo strano. Siate grati del tempo che avete a disposizione e non buttatelo via. Siate pronti per quel bellissimo domani che arriverà e siate capaci di uscirne diversi da come siete entrati…

Standard
Filosofia

CHI SEI DAVVERO QUANDO NESSUNO TI VEDE?

Canta così Willie Peyote, no? Una domanda quanto mai attuale, ora che siamo tutti soli. Ora che siamo tutti a luci naturali spente, diciamo. Cosa rimane acceso quando il mondo vero è inaccessibile? Il led del televisore, gli schermi del cellulare, la playstation… la luce bluastra innaturale che illumina lo spazio buio quando guardiamo un film di sera. Potessimo vederci dall’esterno, come ci vedrebbe un estraneo intento a spiarci, che cosa penseremmo di noi stessi? Non vorrei farvi cadere nella trappola del povero Vitangelo Moscarda di Pirandello, però pensiamoci un attimo. Chi siamo davvero, quando nessuno ci vede? Chi siamo davvero adesso, mentre leggiamo queste righe? Cosa siamo quando ci togliamo di dosso lo sguardo dell’altro e caliamo il sipario? Quando rimaniamo al buio dietro le quinte, per intenderci. Quando siamo osceni, cioè fuori dalla scena. Mi piace sempre ricordare il vero significato di questa parola. Fuori dalla scena. Bellissimo. E poi capire che dire: “sei osceno!” significa insultarti: chi è osceno non può prestarsi agli occhi degli altri, non merita spazio sulla scena. E noi oggi, fuori dal mondo, siamo tutti osceni. Tutti a sipario calato. E a sipario calato, l’attore si toglie la maschera, sorride mentre ricorda la propria performance, e poi rimane solo. E chi è colui che rimane solo? L’attore non lo sa. Lo scopre soltanto a sipario aperto: è il pubblico a incoronarlo come persona definita.

Chi non sopporta la propria oscenità si crea il sipario da sè, anche senza che qualcuno glielo richieda. Forse lo sto facendo anche io, adesso. Mi creo questo siparietto di parole e mi mostro a voi per cercare di ritrovare chi credo di essere. E poi, quando spengo il PC e rimango sola, qualcosa si rompe. Lontano dagli occhi degli altri, qualcosa di me, cioè quello che gli altri vedono di me, si nasconde e rimane il nocciolo che nessuno conosce di me. Il nocciolo è sempre osceno e può disturbare tante volte. Per questo, forse, creiamo sipari: per tenere nascosto il nostro nocciolo, per non dover essere costretti a conviverci.

Quando mi capita di guardare i video TikTok che girano su Instagram, per esempio, mi nasce sempre un po’ di tristezza. Perchè? Non lo so. Mi sembra un sipario creato a doc per nascondere il proprio nocciolo, la propria oscenità, e per cercare con la potenza della propria immagine riflessa qualcuno che ti dica quanto sei divertente! E così tu ti ci senti, divertente. Perchè quando nessuno ti vede, tu non lo sai di essere divertente. Però non è una tristezza contro chi fa questo genere di video, perchè lo stesso discorso vale per i selfie, i pensieri scritti su Twitter e su questo blog. Abbiamo bisogno di un sipario, sempre. Non c’è scappatoia, non c’è eccezione: o accetti di doverti specchiare negli altri per definirti come persona, oppure diventi un eremita che rinuncia a sè. Lo diceva Battiato, questo, non Willie Peyote. Io provo tristezza quando poi immagino le luci spente nelle stanze di coloro che hanno ballato e cantato in playback davanti al proprio cellulare. Chi sono quando la musica finisce? Chi sono io quando stacco le mani da questa tastiera? Come si fa a definirsi senza l’occhio di qualcun altro?

Tanto un giorno viene fuori chi sei veramente/ e i vicini a studio aperto: -salutava sempre!-/ Non sai cosa si nasconde dentro ‘ste famiglie/ Col profilo condiviso e sotto il serial killer

Willie Peyote, Quando nessuno ti vede.

Il problema dell’identità è l’enigma più profondo e difficile da affrontare, oggi più che mai. Aldilà della simpatia della canzone, che affronta il problema dell’identità con ironia e una sorta di spensieratezza tagliente, dovremmo rifletterci. Che cosa crediamo di essere, anzi, che cosa rimane di noi quando togliamo gli altri dalla valutazione? Cosa rimane quando il sipario si cala, la maschera si toglie, il profilo social si chiude e la porta è serrata?

Rimane il nostro nocciolo, la nostra piccola mandorla oscena. Il nostro nucleo che non si può etichettare e che solo noi conosciamo. Il nostro segreto, la nostra natura più intima. Quanto è difficile rimanere fedeli al proprio nocciolo, quando il sipario si apre? Riflettiamo anche su questo. A che cosa ci serve metterci una maschera, perchè il nocciolo non può entrare in scena? Perchè abbiamo così paura di sparire dalla scena solo per essere stati sinceri? Ma sinceri davvero. Non pensate ai cliché, non crediate di essere davvero sinceri solo perché dite sempre le cose come stanno. A chi le dite? A un altro. Io dico sinceri con voi stessi. Io dico accettare la propria mandorla, la propria intimità segreta. Abbiamo tutti almeno un segreto, ed è proprio quel segreto ad essere il figlio del nostro nocciolo osceno.

Illuminante, su questo tema, L’identità di Milan Kundera. Leggetelo, e approfittate delle luci spente per cercare la vostra mandorla. Che sia questa l’epoca storica in cui finalmente riusciremo ad aprire gli occhi sulle cose nude, oscene e lontane dalle etichette? Forse sì, forse è questo il momento.

https://youtu.be/r2mpTFX7boI, divertitevi con l’ascolto, e poi pensateci su…

Standard
Musica

MusicMonday! JOHN FRUSCIANTE.

Il Coronavirus ha messo in pausa molte cose e offuscato grandiose notizie, come per esempio il ritorno di John Frusciante nei Red Hot Chili Peppers. Quando Flea, il 15 dicembre 2019, ha annunciato con un post su Instagram che John era rientrato nel gruppo, avevo appena finito di lavorare. Ero appena arrivata a casa ed era già notte piena. Ricordo che mi sedetti in cucina, mi aprii una Coca-cola, cominciai a scorrere noiosamente la home di Instagram, incontrai questo post e lessi…

( https://www.instagram.com/p/B6G5OH4hEdM/?utm_source=ig_web_copy_link ): “(… ) We also announce, with great excitement and full hearts, that John Frusciante is renjoining our group. Thank you. “

Saltai dalla sedia. Non mi sembrava vero, tanto che dovetti leggere più volte per assicurarmi di aver tradotto bene il messaggio… dopo quanti anni? Dieci? Beh, smisi di rimanere aggiornata sulle nuove canzoni dei Red Hot a 13/14 anni, quindi sì… dieci. Dopo dieci anni John è tornato nel gruppo e finalmente sono grande, allora posso pagare il biglietto per andare al loro concerto pensai. Quanto avevo sperato di vederlo tornare nel gruppo. Mi affrettai, nei giorni seguenti, a cercare qualche data per poterli andare a sentire. Il loro primo concerto sarebbe stato al Firenze Rocks, il 13 Giugno… ma poi, nemmeno il tempo di organizzare, e il Coronavirus ha sballato tutti i progetti, forse anche i loro.

Quando uscirà il disco di questa tanto attesa e quasi disillusa reunion? Che cosa ha fatto John durante questi dieci anni di assenza? Ricapitoliamo qui sotto, così da non dimenticarci di loro e di questa grandiosa notizia, e speriamo di poterci trovare tutti, non troppo tardi, ad un loro concerto. Non che Dave Navarro o Josh Klinghoffer fossero chitarristi da buttare eh, ma John… John è un’altra storia.

John Frusciante si è innamorato dei Red Hot a quindici anni, quando li sentì in concerto nel 1985. Chi l’avrebbe mai detto che di lì a poco sarebbe diventato uno dei pezzi portanti della band? Perché bisogna dirlo: i Red Hot hanno davvero spiccato il volo soltanto dopo e con John, ed è innegabile la profonda differenza di suono che intercorre tra i primi RHCP, gli RHCP con John, e gli RHCP senza John. John si fa sentire, e probabilmente senza di lui i RHCP tornano ad essere quei raw talent dell’inizio, quei “talenti grezzi poco a fuoco”.

John quando entra nella band chiude il cerchio: era l’anello mancante. Con lui, i Red Hot ce la fanno: Blood Sugar Sex Magik esce nel 1991 ed è subito lanciato nell’Olimpo. Diventa il suono di quegli anni, tutti conoscono i Red Hot e tutti li amano. Ma ci vuole una buona dose di equilibrio per rimanere sull’Olimpo senza cadere… e John, forse spaventato dall’altezza e senza alcuna voglia di sfracellarsi al suolo- ha solo vent’anni, in fondo-, decide su due piedi di scendere dalle nuvole divine: nel 1992 abbandona il gruppo. Nel bel mezzo del tour. E gli RHCP sono costretti a trovare un rimpiazzo che possa assicurare loro un posto nell’Olimpo anche con un nuovo disco, e scelgono Dave Navarro. Funziona, non è malissimo… ma non è John. E dopo sei anni, nel 1998 John ritorna, per poi abbandonare di nuovo nel 2009. Nel ’98 i Red Hot lo riaccolgono e in qualche modo lo salvano dal mondo in cui John si era rinchiuso, un mondo molto vicino alla peggiore delle tragedie. Eppure, nonostante tutto, John non ha mai smesso di fare musica. Anzi, si è proprio chiuso nella musica, e Smile from the Streets You Hold è l’album che fa da testamento al periodo probabilmente più buio della sua vita. Probabilmente oggi John è pronto per aprirsi di nuovo, con i RHCP e con noi. Nei periodi di solitudine John si dedica molto alla sperimentazione, nel vero senso della parola, dimenticando le classifiche- che in realtà non gli sono mai importate: John fa un lungo percorso musicale, lo stesso percorso da solista di cui forse avrebbe avuto bisogno prima di trovarsi sull’Olimpo. John Frusciante da solo non somiglia sempre ai Red Hot, ma sperimenta anche tutt’altro: la seconda volta che John abbandona il gruppo, lo fa per seguire la strada della musica elettronica. Abbiamo suoni nuovi, diversi e a volte difficili, che lasciano un po’ spiazzati, ma in cui non si può non riconoscere il genio. Ascoltate Anne, Going Inside, Past recedes, Dying song per innamorarvi del Frusciante solista e geniale, ma anche Expre’act, Mistakes e Lowth Forgue, per capire di cosa stiamo parlando.

Non sappiamo perché John sia tornato, ma si può immaginare che lo abbia fatto per chiudere il cerchio. Un cerchio lasciato sempre aperto, dove nessuno è mai riuscito a sostituirsi a lui. Io credo poi che John sia ancora con noi perchè ha avuto il coraggio di staccare la presa, pur di fare i conti con sè stesso. Come sarebbe finita, se non avesse mai abbandonato il gruppo? Forse oggi, se John non avesse avuto il coraggio di staccarsi dai RHCP, non saremmo qui a parlare della gioia di averlo ancora sul palco. John Frusciante non è solo l’anima mai tramontata della band, ma è anche un genio straordinario, per questo fragile, volubile, ma salvo. E di nuovo nella band.

I Red Hot Chili Peppers hanno già cominciato a lavorare sul nuovo disco con John, e in un’intervista il batterista della band Chad Smith ci ha parlato di un John Frusciante cresciuto, autocosciente, che ha deciso di essere pronto per tornare a suonare in un gruppo… e quel gruppo porta ancora e per sempre il nome di RHCP. Che duri un anno o dieci anni, sono sicura che tutta questa attesa ci farà ascoltare un disco pazzesco, senza precedenti.

https://www.youtube.com/watch?v=NHivRSWp00g

I’m goin’ away forever

I’m goin’ away forever

never comin’ back this way

never comin’ back to this place

What i need is a heaven

what i really need is a heaven

a place to go where i can really be

a place to go where i can really be

where i can really be.”

Dying Song, John Frusciante, 2004.

Standard
Libri

MANOLA, Margaret Mazzantini: i mille volti di una donna sola, divisa in due.

Il libro che ho deciso di recensire oggi è Manola, di Margaret Mazzantini. Forse è un libro poco conosciuto dell’autrice. Mi capitò di acquistarlo perché era l’unico lavoro della Mazzantini che non avevo ancora avuto il piacere di leggere, e fui folgorata dalle prime parole:

Ortensia. L’inizio. Il problema è l’inizio. Ho tante cose da raccontarle, Manola. Sono così piena. E’ una pienitudine piuttosto dolorosa, mi creda. Lo so, basterebbe buttare lì il primo sassolino, a caso. Temo che verrebbe giù una irrefrenabile slavina.”

Questo libro nasce come un’opera teatrale, dove si alternano le voci di due gemelle: Ortensia, la gemella oscura e spettrale, e Anemone, quella raggiante ed estroversa. Il libro si apre con il monologo di Ortensia che si rivolge a Manola, definita dalla gemella soltanto come una donna con il turbante di stoffa intignata. Ortensia comincia a parlare in preda a un vero e proprio flusso di coscienza e abbiamo l’impressione di assistere a un mistico colloquio psicologico, dove però Manola non prende mai parte. Chi è Manola? Non lo sappiamo e non lo scopriremo nemmeno a fine lettura, ma entrambe le gemelle le conosciamo attraverso i loro soliloqui davanti a questa silenziosa Manola con turbante. Qualche pagina ciascuno, le due gemelle danno il via a una strabiliante narrazione della loro vita, dove non manca una buona dose di ironia, qualche personaggio inverosimile e una situazione familiare a dir poco sopra le righe. Se Ortensia, al primo colloquio, ci tiene a scusarsi con Manola per le parole che pronuncia, o per le sue manie e la sua goffaggine, con Anemone scopriamo subito tutta un’altra musica:

” Anemone. Sono in ritardo? Io sono sempre in ritardo, però detesto i ritardatari, detesto quelli che si approfittano del mio tempo, come fosse meno prezioso del loro. In quanto al tempo degli altri, non è colpa mia, ma non riesco proprio a stargli dietro.”

Comincia così uno stupefacente racconto, dove abbiamo modo di guardare le cose che vengono raccontate sotto un doppio punto di vista: ce le racconta Ortensia, con quell’aria contrita e cupa, e poi ce le racconta di nuovo Anemone, con allegria e spensieratezza… e siamo portati a sorprenderci quando scopriamo che una stessa storia può cambiare molto, se viene raccontata da due persone diverse, anzi, così tanto diverse… La loro famiglia è una famiglia strana, distratta, e le due gemelle crescono spontaneamente in una profonda antitesi mai colta, quasi primordiale: dove una si fa bella, l’altra s’abbruttisce; dove una ride, l’altra piagnucola; dove una passa ore ed ore davanti allo specchio, l’altra comincia a soffrire di una malattia per cui il corpo si riempie di ispidi e nerissimi peli. Insomma, Ortensia e Anemone sono due anime agli antipodi che trovano davanti a Manola una sorta di spazio bianco dove poter srotolare il loro ingarbuglio di emozioni.

Nella prima parte del libro siamo di fronte a due donne all’apparenza irrecuperabili. Siamo sicuri che la loro natura non potrà mai mutare, e ogni tanto parteggiamo per una, ogni tanto per l’altra, sempre con un po’ di tensione, sicuri che accadrà qualcosa di tremendo che romperà delle personalità tanto solide, e forse per questo troppo fragili. E in effetti, nella seconda parte del libro, succede qualcosa. I lunghi soliloqui sembrano dare dei frutti: Ortensia comincia a perdere i peli, Anemone inizia a scordarsi di truccarsi prima di uscire… e tutto, con una naturalezza che poche pagine prima ci sarebbe sembrata impossibile, accade: le due gemelle si scambiano gradualmente i ruoli, e devo dire che di qui in poi, la lettura diventa davvero divertente, ma anche terribilmente inquietante e triste, sotto certi aspetti.

Manola è un libro che scava. Scava in Ortensia, in Anemone e poi in chi legge. E’ una lettura che ti lascia di sasso, perché ti mostra tutti lati estremizzati di una donna, li divide con scienza per due, e poi li inverte. Scopriamo che Ortensia e Anemone non sono così lontane come ci erano apparse, ma anzi appartengono allo stesso stampo. Spesso ci riconosciamo in entrambe, talvolta con vergogna: siamo state tutte l’Ortensia in paranoia, che si sente brutta da buttare e che si rifugia pur di non scontrarsi con il mondo. Allo stesso tempo, siamo state tutte anche Anemone, spesso prese da futilità, mai abbastanza in grado di scavare, perché forse abbiamo paura di trovare qualcosa di scomodo sul fondo… Probabilmente Ortensia e Anemone incarnano la paura che c’è in ognuno di noi: la paura degli altri e del loro giudizio, e poi la paura di noi stessi, del nostro stesso animo. Questo libro distrugge l’ideale di personalità, che spesso è soltanto una costruzione che attuiamo pur di non far fronte alle nostre paure. Le due protagoniste si aggrappano fino all’ultimo a quello che credono di conoscere di loro stesse, ma poi si arrendono al flusso. Si lasciano cambiare, accettano di non essere più chi sono state. Ne soffrono, faticano, ma poi si arrendono.

Questo è un libro che rileggo sempre con piacere e che consiglio spesso. Non somiglia agli altri libri della Mazzantini, che è una scrittrice che amo, ma non per questo è degno di meno attenzioni: in fondo, Ortensia e Anemone ci insegnano che ci si può anche staccare dalle etichette, giusto? E quindi questo è un libro che non va etichettato, che non somiglia ad altri, e per questo io lo trovo un piccolo capolavoro, forse più degli altri.

E alla fine, ci chiederemo, chi è Manola? Io credo che sia una sbarra che si alza. Una diga che si apre, una coscienza che si stacca. Manola siamo noi, quando riusciamo a parlare sinceramente con noi stessi.

” Non ti preoccupare, cara, purtroppo siamo sottomessi alla legge di gravità. Ogni cosa, prima o poi, cade in basso.”

Standard
Film

THE LOBSTER, una società che costringe all’amore. Un superlativo paradosso di YORGOS LANTHIMOS.

  • Regista: Yorgos Lanthimos
  • Anno di uscita: 2015
  • Cast: Colin Farrell (David), Rachel Weisz (la donna miope), Olivia Colman (la direttrice dell’albergo), Lèa Seydoux (il capo dei solitari), Angeliki Papoulia (la donna spietata).
  • Punteggio visione: 9/10.

Domenica 29 Marzo andrà in programmazione su Sky Cinema Due La favorita, l’ultimo film di Yorgos Lanthimos uscito nelle sale nel 2018, che ha fatto vincere l’Oscar a Olivia Colman. Vorrei prepararvi a questo evento con la recensione di un altro film di Lanthimos, un po’ più duro, se si può dire, e meno recente: The Lobster, l’aragosta. Sinceramente uno dei miei film preferiti di uno dei miei registi preferiti. Se lo guarderete mai, o se lo avete già fatto, fatemi sapere la vostra. Di seguito qualche ragguaglio sulla trama e poi le mie considerazioni personali.

Il film è ambientato in una società coercitiva, dove è obbligatorio sposarsi entro e non oltre un limite di età non specificato. Tutte le coppie sono obbligate a portare con loro, dovunque vadano, un certificato che attesti la loro unione: in questa società non possono esistere single. Anche nella scelta del partner, bisogna seguire una regola: bisogna avere almeno una cosa in comune… altrimenti l’unione non è valida. E cosa succede se non ci si riesce ad accoppiare entro l’etá stabilita dalla legge? Lo scopriamo subito con David che viene lasciato dalla moglie, la quale ha trovato uno più bravo in matematica. L’uomo appena piantato- Colin Farrell-, accetta la situazione senza opporre troppa resistenza, prepara la valigia e, con il proprio cane, si trasferisce nell’albergo. Estremamente riuscita è la scena del colloquio con la receptionist, dove è stato scritto un dialogo eccellente in cui possiamo comprendere già un bel mucchio di cose:

Receptionist: “ha mai vissuto da solo, prima?”

David: “No, mai.”

R: “La sua ultima relazione quanto è durata?”

D: “12”.

R: “preferenze sessuali?”

D: “(…) Le donne”.

R: “Ha figli?”

D: “No”.

R: “E il cane?”

D: “E’ mio fratello. E’ stato qui un paio di anni fa… non ce l’ha fatta.”

Chi rimane single dopo aver compiuto l’età massima di accoppiamento è costretto a trasferirsi nell’albergo e ha quarantacinque giorni di tempo per accoppiarsi. Il tempo di permanenza può aumentare se, durante la caccia ai solitari, si riesce a catturare qualche solitario fuggito nel bosco. La pena per coloro che non riusciranno ad accoppiarsi è la trasformazione in un animale a scelta… dove si potrà avere una seconda occasione per trovare l’amore, ma nelle vesti, appunto, di un animale. L’animale scelto da David è l’aragosta, perché può vivere fino a cent’anni, ha il sangue blu come gli aristocratici e rimane fertile per tutta la durata della sua vita. Tutte le persone presenti nell’hotel, terrorizzate all’idea di venir trasformate in un animale, cercano con disperazione qualcuno con cui accoppiarsi, arrivando persino a fingere di essere ciò che non sono, pur di attestare delle caratteristiche comuni con la persona scelta. Questo sarà proprio ciò che farà David: quasi arreso e con pochissimo tempo a disposizione, fingerà di essere malvagio pur di accoppiarsi con una donna considerata spietata, abilissima a catturare i solitari e, grazie a questo, in permanenza nell’albergo da ben più di quarantacinque giorni. Questa donna si presenta come l’unica scelta possibile per David. Lei, assicuratasi di aver di fronte un uomo malvagio, accetterà di unirsi a lui, ma le cose non andranno come sperato: la donna comincerà a nutrire dei dubbi circa la malvagità di David, quindi ucciderà suo fratello- il cane- per metterlo alla prova. Scoprirà così che David non è un uomo malvagio, perché lui non riuscirà a trattenere le lacrime per la perdita del proprio fratello. David sarà allora costretto a fuggire nel bosco, perché la donna spietata minaccerà di farlo trasformare in aragosta, e diventerà così parte del gruppo dei solitari. Sarà qui che incontrerà quello che crederà essere il vero amore, Rachel Weisz, ma purtroppo l’amore, per i solitari, non è concesso…

Questo film può essere analizzato da moltissimi punti di vista. Oltre ad avere una verosimilità eccezionale- data soprattutto dai dialoghi, che mi sembrano il punto forte del regista-, nonostante la trama bislacca, è davvero un film ispiratore. Intanto, abbiamo di fronte una società dittatoriale che non costringe all’odio, ma all’amore. Tutti sono costretti ad accoppiarsi e ad amarsi, a somigliarsi e, si vedrà, anche a fingere di provare amore, pur di continuare ad essere umani. L’amore rende umani, e rende ciechi– ma questo è uno spoiler!-, in un contesto paradossale. E poi, in fondo, non rispecchia un po’ anche la nostra società? Dove per essere completi, bisogna essere in due? Dove si deve essere monogami, dove si deve trovare l’amore, dove si deve creare una famiglia, dove si deve dichiarare il proprio orientamento sessuale? E si è anche disposti a fingere talvolta, pur di abituarci all’idea di essere innamorati, pur di convincerci che l’amore vero esista. Ci si mente, si finge di essere simili, si cerca a tutti i costi di incastrarsi… pur di non rimanere soli, forse. Ma comunque, andando anche aldilà delle considerazioni legate alla nostra società, alla coercizione e alla dittatura, resa magistralmente dal regista in un contesto di valori rovesciati, The Lobster mi sembra racconti anche un’altra storia. Gli amanti della storia della Grecia antica forse riconosceranno in questo film un bel po’ di rimandi alla società spartana, ed è plausibile pensare a questo vista e considerata la nazionalità del regista. In questo film si può trovare una riuscitissima trasposizione della storia greca nella società contemporanea: ci sono gli homoi, “gli uguali”, come si definivano gli spartani, che nel film non si riconoscono nella guerra ma nell’amore; c’è la caccia all’ilota, ai reietti della società, che non sono gli schiavi ribelli del mondo spartano ma nel film sono i solitari ribelli; c’è una coercizione approvata e acclamata da coloro che accettano di accoppiarsi e di rimanere fedeli alla loro società e c’è l’albergo, forse associabile al sissizio spartano, dove i giovani homoi imparano a considerarsi tali, condividendo letto e pasti con i propri compagni di guerra. Nel film, con i propri compagni d’amore. Gli homoi spartani potevano essere uomini liberi soltanto accettando la guerra… e i single dell’albergo possono rimanere umani soltanto accettando l’amore. Non lo so, forse questa è una visione del film un po’ azzardata, ma da amante della storia greca, non ho potuto non apprezzare queste mie illusioni.

The Lobster è un film che non mi stanco mai di guardare. Fa sorridere, e poi fa riflettere. Vi consiglio sinceramente la visione, che merita moltissimo. Yorgos Lanthimos è un maestro nei dialoghi e nelle trame e dovreste davvero, se già non lo avete fatto, scoprirlo. The Lobster è spesso in programmazione su Sky, e non dimenticate di guardare anche La favorita, che andrà in onda domenica sera. Spero di essere stata convincente, spero che lo guarderete e spero che questa recensione fuori dalle righe vi sia piaciuta. Buona visione!

Standard
Scrittura

IL MESTIERE DI SCRIVERE: scrittori non si nasce, ma si diventa (forse).

Certe volte penso che avrei preferito nascere con qualche altra vocazione, oppure con un’altra indole. Avrei potuto essere brillante ed estroversa, con una spiccata capacità di competizione. Avrei potuto sognare di diventare avvocato, o dentista, o campionessa olimpionica… e invece no, ho sempre sognato di scrivere. Mi ha sempre attratta la carta stampata, forse perché mi somigliava. Sono nata timida, introversa, silenziosa e capacissima di ascoltare, proprio come un foglio bianco che raccoglie i segni altrui, e che nel raccogliere si sporca… Sono nata con tutte le caratteristiche adatte alla scrittura romantica, che vede nello scrittore l’anima incompresa e dannata, chiusa in una stanza buia, con a fianco un bicchierino di whisky e una miriade di fogli sparsi sulla scrivania. Io ho sempre pensato che avrei amato fare questa fine e mi sollazzavo all’idea di diventare una scrittrice incompresa, circondata da fogli sparsi e whisky di pessima qualità. Ognuno ha i propri sogni, in fondo… Probabilmente ho cominciato a scrivere per riuscire a dire tutto quello che non usciva dalla mia bocca; mi piace sempre pensare alla scrittura come alla mia salvezza di bambina timida… Ho riempito tanti diari nella mia vita, e adesso riposano tutti impilati in un cassetto nascosto, tenuti insieme da uno spago. Somigliano a vecchi amici stanchi e polverosi che conoscono tutto di me, più di me. Quando poi sono cresciuta un po’, ho cominciato a pensare che certe cose scritte le avrei volute condividere con il mondo, forse per trovare qualcuno di simile a me. L’idea di scrivere un libro ha allora iniziato a solleticare le mie fantasie, e ogni volta che ci ho provato ho ricevuto delle belle porte in faccia, e probabilmente- con il senno di poi- è stato giusto così. Eppure, se avessi capito subito che fare lo scrittore non significa essere un’anima incompresa, forse certe porte in faccia me le sarei risparmiate. Perché in fondo uno scrittore dovrebbe essere un amante dell’umanità: scrivere significa passare tutto il tempo ad osservare il mondo, per poter condividere con gli altri delle storie… e questo esclude la possibilità di vivere rinchiusi in un tugurio, in mezzo a whisky e fogli sparsi. Peccato, ma è così: scrivere è un mestiere, non è solo una passione. E io l’ho capito a ventitré anni, ma non è mai troppo tardi.

Le prime rivelazioni sulla scrittura si sono presentate a me quando ho dato in lettura un mio dattiloscritto ad una persona del settore. Ero eccitatissima: credevo davvero che di lì a poco sarei riuscita a pubblicare qualcosa… e invece no, tutt’altro. La persona in questione mi ha dato appuntamento, mi ha fatta sedere e con dolcezza mi ha detto: questa cosa che hai scritto non è una storia. Ha poi continuato con l’espormi i miei errori, le motivazioni per cui ci sarebbe stato troppo da lavorare, e ha inserito qui e là qualche apprezzamento, giusto per non farmi pentire di aver preso in mano la penna. E da questa frase, questa cosa che hai scritto non è una storia, ho cominciato a riflettere davvero a lungo sul lavoro che avevo fatto e sulla mia attitudine alla scrittura: perché non era una storia? Che caratteristiche deve avere una storia? E quanto dovrei scrivere ogni giorno per esercitarmi? Quanti fogli dovrò buttare? Quali cose potrò tenere? Per chi voglio scrivere e che cosa voglio dire? Ecco, sono sorte in me delle domande che non mi ero mai posta prima e che, forse, mi avrebbero aiutata a scrivere qualcosa di migliore. Quel giorno ho provato delusione, ma non rabbia: capii in un attimo di dover modellare la mia passione e in qualche modo, di doverla anche un po’ addomesticare. Ho capito che anche le passioni vanno educate e necessitano di disciplina. Così, ho iniziato a lavorare sui libri degli altri, bloccando per un po’ la mia mano scrivente, che non si fermava da ventitré anni e che sta cominciando a muoversi di nuovo con l’apertura di questo blog.

Ho scoperto con una certa sorpresa che l’ispirazione è rara, il talento quasi inutile e che il whisky non ti fa concentrare. Per scrivere bisogna abituarsi a scrivere con disciplina, anche quando ci pare di non aver chissà cosa da dire. Gli scrittori veri lo sanno che scrivere è un mestiere, mentre gli aspiranti come me spesso si perdono nell’immagine romantica dello scrittore maledetto, ed è forse per questo che non pubblicano mai. La grande delusione mi è servita per abbandonare l’idea di essere nata per scrivere, e per abbracciare la convinzione di voler scrivere, aldilà delle mie presunte doti. E questo è stato l’inizio di un percorso di riposo dalla scrittura, attualmente ancora in atto e che prima o poi, ne sono sicura, darà i suoi frutti.

Ho letto molti libri che vi consiglio, riguardo alla scrittura: Pronto soccorso per scrittori di Jack London, I quaderni di PANTA- scrittura creativa edito Bompiani, On writing di Stephen King, Lezioni di letteratura di Nabokov, giusto per citare i miei preferiti. Da queste letture ho raccolto alcuni consigli preziosi, che ho diligentemente affisso sulla parete della mia stanza:

  • Scrivi almeno mille parole al giorno: che siano parole da cestinare, parole non ispirate, parole insoddisfacenti… per scrivere, devi scrivere. Ci sarà tempo anche di rivedere e cestinare, ma lo si potrà fare solo su del materiale.
  • Se possibile, fatelo tutto d’un fiato. Non scrivete un paragrafo ogni tre settimane e non trascinatevi dietro una storia per anni: capite quale storia volete raccontare- che non è scontato!-, provate a definire come volete raccontarla- e dovrete fare qualche prova-, e poi scrivetela senza fermarvi. Scrivetela tutta insieme. Trascinare un manoscritto per troppo tempo significa cambiare idea, cambiare voce con cui si narra, cambiare modo e cambiare stile, perché siamo purtroppo soggetti a continuo mutamento. Quindi siate voi stessi mentre scrivete e non condannate la vostra storie a mille voci diverse che la raccontano.
  • Una descrizione efficace consiste in pochi particolari scelti con cura per dare un’idea del resto. Ecco, non dedicate tre pagine intere alla descrizione dell’ambientazione, perché a meno che non siate un maestro della letteratura, rischiate di annoiare e di confondere. Date pochi cenni, ma che siano chiari. La mela era rossa e brillante, pronta per essere morsa. Questo basta a farvi immaginare un bel po’ di cose, e sono le cose importanti e funzionali alla storia: c’è una mela, sembra appetitosa, e probabilmente c’è qualcuno che se la vuole pappare. Non serve al lettore sapere il preciso codice cromatico del rosso della mela, per esempio. Quindi attenzione a non dilungarvi: immaginate la scena che volete descrivere e scegliete soltanto i dettagli che non possono essere omessi.
  • I dialoghi devono essere onesti e l’avverbio non è tuo amico. Esercitatevi a scrivere dialoghi convincenti e sperimentate diversi registri, a seconda del personaggio che sta parlando. I dialoghi ben fatti rendono la vostra storia credibile e, quando sono inverosimili, la rendono banale. Sono uno strumento a dir poco fondamentale! E l’avverbio… beh: in fase di revisione, divertitevi a tagliare gli innumerevoli mente presenti nel vostro testo, che non fanno altro che appesantirlo inutilmente.

Quando sentite l’esigenza di voler condividere qualcosa con il mondo attraverso la scrittura, chiedetevi sempre: come posso trasformare la mia esperienza in una storia? Quindi valutate, per esempio, se volete scrivere in prima persona oppure in terza; assicuratevi di conoscere più che bene la vicenda di cui volete parlare e impegnatevi a creare personaggi verosimili. Che significa? Significa creare personaggi con paure e desideri, significa dare delle motivazioni forti alle loro azioni. Per ogni personaggio, definite su un foglio la sua paura e il suo desiderio: questo vi aiuterà. Create una scaletta della vostra narrazione e cercate di articolarla più o meno così:

  1. Set up: presentate personaggi e ambientazione. Siate convincenti: fate che il lettore si interessi. Abbiate chiaro il vostro scopo. Portatelo con convinzione all’interno del vostro mondo.
  2. Innesco: definite quale sarà la situazione che darà il via alla narrazione e mettetela in scena. In altre parole, presentate un problema.
  3. Sviluppo: ampliate il problema e fate muovere i vostri personaggi. Fateli patire, scegliere, agire e subire.
  4. Punto intermedio: date una tregua. Dedicate qualche capitolo ad una situazione di calma, dove tutto sembra essersi risolto. Due amanti, nell’innesco, sono stati scoperti? Nello sviluppo sono stati cacciati dalle loro rispettiva case? Nel punto intermedio, fateli vivere insieme.
  5. Crisi: un altro problema, spesso e di conseguenza legato all’innesco. Magari i due amanti non si trovano granché bene a vivere insieme e la moglie del traditore ha cominciato a spiarli e seguirli…
  6. Climax: tutti i nodi vengono al pettine. E’ la situazione all’apice della tensione: i personaggi devono scegliere e devono fare i conti con i problemi accumulati. La moglie, diventata pazza di gelosia, potrebbe presentarsi a casa dei due amanti con l’intenzione di creare un po’ di panico…
  7. Epilogo: la storia si conclude. Assicuratevi di non aver lasciato vicende in sospeso e ricordate: se avete scritto una buona storia, il finale possibile sarà soltanto uno. Se, alla fine di tutto, non saprete che finale dare, significa che la vostra trama non sta in piedi.

Scrivere un libro non è semplice, né poco impegnativo. E’ un po’ come mettere al mondo un figlio: necessita di cure costanti, attenzioni, tempo ed energie. Senza almeno una di queste componenti, si rischia di essere genitori quantomeno disattenti. Siate dolci con il vostro lavoro, ma anche esigenti. Siate spietati con i vostri personaggi, ma anche comprensivi. Abbiate fiducia in quello che state scrivendo, purché lo stiate facendo al massimo delle vostre possibilità. Prima o poi, arriverà la nostra grande occasione, ne sono sicura.

Standard