Musica

MusicMonday ! SAMUELE BERSANI, un pilastro della nostra musica d'autore.

“Se correre in discesa fa paura quando manca l’aderenza/

Puoi prendermi le braccia e immaginare siano freni di emergenza”.

Samuele Bersani, La fortuna che abbiamo.

  • Chi: Samuele Bersani
  • Dove: Italia
  • Perché: per scoprire un abilissimo scrittore e un serissimo musicista

Mi assumerò il piacere di condividere con voi, ogni lunedì, qualche artista poco conosciuto, o conosciuto per metà, o sottovalutato. Cominciamo oggi la rubrica MusicMonday con il mio cantante del cuore, perché non potrei immaginare di iniziare una cosa simile con qualcun altro: vorrei parlarvi di Samuele Bersani. Se ne avete già sentito parlare, lo avrete associato subito alla conosciutissima Giudizi Universali“potrei ma non voglio/ fidarmi di te/ io non ti conosco e in fondo non c’è/ in quello che dici, qualcosa che pensi…”, o all’altrettanto famosa e addirittura ripresa da Laura Pausini Spaccacuore- “ma non pensarmi più, ti ho detto di mirare/ l’amore spacca il cuore/ spara, spara, spara amore…”. Oppure ancora, lo avrete forse sentito nella colonna sonora di Chiedimi se sono felice. Insomma, probabilmente ne avete sentito parlare, ma magari non avete mai ascoltato un suo disco per intero. Samuele Bersani è un artista di cui si parla poco e si conosce poco, vuoi per la sua scarsa volontà di apparire, vuoi per la sua musica ricchissima, fatta di testi complessi e armonie ricercate, che trova un piccolo spazio di nicchia in un mondo fatto di testi immediati, stereotipati e banali. Le canzoni di Samuele Bersani sono un piccolo tesoro e forse è anche giusto che sia così, perché si sa: se la sala è piena, il film fa schifo, come disse Caparezza. Eppure, silenziosamente- ed è curioso parlare di un cantante silenzioso-, Samuele ha conquistato un posto d’elezione nel panorama della musica italiana, e chi ne parla ne può parlare solo che con rispetto. Lo volete conoscere meglio? Un po’ sono gelosa di lui e un po’ sono contenta che in pochi lo conoscano davvero, ma in questi tempi di quarantena e di umana solidarietà ho deciso di essere pronta a condividere con voi tutto ciò che so di lui.

Scoprii Samuele Bersani a sette anni con il disco Caramella Smog. E’ un artista che ha letteralmente accompagnato la mia vita e la sua musica può essere considerata come la mia intimissima colonna sonora: ho ascoltato Salto la convivenza quando i miei hanno divorziato, ho pianto con Pescatore di asterischi quando soffrivo per la mancanza di purezza, ho sorriso quando mi sono innamorata e ho capito finalmente il testo di Lascia stare“lascia stare tutto quello che non vedi e togliti quei guanti, finché non c’è una legge che te lo vieti, appoggiati ai miei palmi… “. Anche se a sette anni non riuscivo a capire sinceramente nulla delle sue parole, ricordo che la sua voce calda mi faceva sentire sicura, e questa cosa è rimasta nel tempo: quando sento di non riconoscermi più, io ascolto Samuele Bersani e allora mi ricordo chi sono. Ma, aldilà della mia esperienza personale, vorrei che voi ascoltaste Samuele Bersani per poter scoprire letteralmente un mondo dove la musica si poggia in modo perfetto su delle poesie meravigliose. Io credo che ogni scrittore dovrebbe ascoltare almeno un paio di canzoni di Bersani: la sua è una scrittura densamente metaforica, capace di farti immaginare un mondo ricco di significati, dove non crederesti mai di poter andare da solo. Un mondo in cui il polipo e la seppia non si fanno più male, oppure un mondo in cui esiste la casa dello scrutatore non votante indifferente alla politica, che ci tiene assai a dire “ohissà!”, ma poi non scende dalla macchina. Ogni canzone di Bersani è un racconto perfetto: c’è nella sua musica una strabiliante capacità di farti entrare nella storia dopo solo due parole, e questo è un vanto che pochi scrittori possono sbandierare. Perché quando attacca la canzone e lui ti dice : “il caso vuole che io non sia capace di assorbire la tua voce in pace/ non sto bene! Oddio mi sento le caviglie in catene” tu sei già dentro quel mondo. Sei già empatico, entri subito in contatto, dopo solo poche parole. Dici già come lo capisco. E questa è un’abilità di scrittura straordinaria. Se poi aggiungiamo anche delle basi musicali pazzesche, ecco che abbiamo l’unione perfetta tra parole e melodie, dove tutto è perfettamente collegato.

Potrei sembrare un po’ di parte, e forse lo sono… ma io davvero credo che Samuele Bersani sia stato ingiustamente confinato in un angolo, spesso dimenticato o sconosciuto, e non posso accettare che tutti parlino solo di chi scala le classifiche sfornando un disco al giorno, chissà come. Perché Samuele Bersani scrive un disco solo quando ha qualcosa da dire, e se non ha nulla da dire rimane in silenzio. Perché Bersani ha scritto dieci album dal 1992 ad oggi e circa 35 singoli, eppure non c’è una canzone che tratti di una tematica già affrontata. Non c’è una canzone ripetitiva, non c’è una canzone che ti faccia dire questa è simile all’altra. Samuele Bersani rispetta la musica e rispetta la scrittura: non sforna dischi solo per sgomitare e dire hey! ci sono anche io! E direi che questo sia già di per sé oltremodo lodevole.

Quindi il mio primo MusicMonday è dedicato a Samuele Bersani perché è uno dei migliori cantautori italiani ancora in vita e perché sono sette anni che non produce un nuovo disco e sinceramente mi manca. Il primo MusicMonday è dedicato a lui perché vorrei che voi lo conosceste: siate liberi pure di dire che non vi piace, ma almeno solo dopo aver sentito i pezzi meno commerciali. Risulta comunque difficile dire che Giudizi Universali sia una canzone mal riuscita, ma non ha scritto solo questo e mi fa rabbia vedere che le sue canzoni vengono ascoltate solo dopo che sono state proposte in qualche talent show pseudo-musicale. Se vi va, provate a sentire:

  • Binario 3,
  • Psyco,
  • Ferragosto,
  • Le mie parole,
  • Isola,
  • Desirèe,
  • Il re muore. E sempre se vi va, fatemi sapere cosa ne pensate nel box dei commenti.

Un ultimo paragrafo dedicato alle curiosità: Lo sapevi che il testo “Canzone” di Lucio Dalla (1996) è stato scritto da Samuele Bersani? E lo sapevi che nel 1994, con il suo secondo album Freak, Bersani è rimasto per oltre 56 settimane consecutive nella classifica degli album italiani più venduti? Lo sapevi che non si sa assolutamente nulla (e grazie al cielo!) della sua vita privata e perciò i sapevi che sono tutti da ricollegarsi alla musica? Di quanti altri artisti si può dire?

Spero di avervi solleticato un po’ le orecchie e spero che i miei consigli di ascolto vi saranno utili per occupare questo tempo lento con delle nuove canzoni e con dei nuovi stimoli. Buone canzoni!

“Se piango in acqua non si nota/

e in mezzo agli altri si consiglia di sorridere.

A volte io ho paura di voi/

più che della solitudine”.

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Libri

SHINING, "questo posto disumano crea mostri umani".

  • Autore: Stephen King
  • Anno di pubblicazione: 1977
  • Genere: horror
  • Punteggio lettura: 10/10

Per chi non avesse ancora letto questo libro, ho da fare una premessa: non fatevi troppo ingannare dal genere e dimenticate, nel caso in cui lo abbiate visto, il film di Kubrick, perché racconta un’altra storia. Magari, un giorno, parleremo anche del film… ma per ora, concentriamoci sul libro di King. Mi piace sempre definire questo libro come una perfetta architettura costruita sulla psicologia: il quadro umano dei tre personaggi principali è a dir poco perfetto. Concepiamo la famiglia Torrance come del tutto plausibile, palpabile e degna di estrema empatia: viviamo con lei il disagio, la tristezza, il disgusto, il terrore, la pietà e l’orrore, esattamente in quest’ordine. Non fatevi ingannare dal genere e non abbiate pregiudizi: in questo libro, più degli altri di King, troverete una spiazzante disamina psicologica dell’uomo.

Ci viene subito presentato Jack Torrance come un uomo alla deriva. Ha recentemente perso la cattedra presso la scuola in cui insegnava; ha un passato non troppo lontano da alcolista; un padre violento sulle spalle; una carriera mai decollata da scrittore; una commedia da scrivere e nemmeno un soldo per mantenere la propria famiglia, composta dalla moglie Wendy, donna accondiscendente e mansueta, e dal piccolo Danny, un bambino di cinque anni con un livello di intelligenza ben al di sopra della media e un dono, ancora pallido e inesplorato, legato alla preveggenza: lo shining, la “luccicanza”.

La prima scena del libro si apre con un dialogo magistrale, presentandoci Jack ad un colloquio di lavoro. Il suo amico Al Shockley, il suo vecchio compagno di sbronze Al Shockley, lo ha raccomandato al direttore dell’Overlook Hotel, che cerca un custode per la stagione invernale. Jack si precipita a questo colloquio perché non può farsi scappare anche quest’occasione e perché per scrivere la sua commedia avrà proprio bisogno di quei cinque mesi di isolamento. L’Overlook Hotel, che domina minaccioso sulle montagne del Colorado, è stato teatro di innumerevoli delitti e suicidi. L’ultimo oscuro avvenimento riguarda proprio il vecchio custode dell’hotel, che uccise le sue due bambine e la propria moglie con un accetta, e che poi si puntò una pistola alla tempia. Il mal di capanna lo chiama il direttore dell’hotel per giustificare la tragedia e Jack, con la sicurezza propria di chi non può nemmeno pensare a qualche alternativa, risponde con freddezza tagliente che né lui, né la sua famiglia, avrebbero avuto di questi problemi. E tutto inizia così.

Shining è un libro che sale di intensità pagina dopo pagina, e mentre sale si addentra sempre di più all’interno dei suoi personaggi, creando una perfetta e fittissima rete di moventi. Scopriamo con sempre maggiore sorpresa tutti i piccoli, orribili segreti di Jack e poi di Wendy, fatti di violenze subite e taciute, di profonda tristezza, di solitudine… ma anche di pentimento e di umanità. Poi conosciamo Danny, il bambino prodigio che parla perfettamente e che a volte, anche se non ne ha voglia, riesce a captare i pensieri dei propri genitori. King ci prepara all’arrivo all’Overlook Hotel con ben settanta pagine di preamboli, dove abbiamo modo di conoscere in pieno la famiglia Torrance, la trinità che non si può spezzare. King allora, dopo le dovute presentazioni, fa arrivare i Torrance in Colorado e, con un colpo da maestro, ci lascia una trentina di pagine di calma, dove riusciamo ad illuderci che la permanenza all’Overlook potrebbe funzionare… fino a che Jack, in un’assolata mattina di ottobre, non si imbatte in un nido di vespe, che rappresenta l’inizio della discesa verso un vero e proprio inferno. Il nido di vespe è il regalo di benvenuto dell’hotel, si può dire. Di seguito riporto una frase emblematica, incisa nella memoria, che sancisce ufficialmente l’inizio degli orrori:

Jack aveva letto da qualche parte, in un articolo di un supplemento domenicale o in un trafiletto di rivista basato sul risvolto di qualche libro, che il sette percento degli incidenti stradali non trova una spiegazione logica. Niente guasti meccanici, niente eccesso di velocità, niente guida in stato di ubriachezza, niente condizioni atmosferiche avverse. Semplicemente, un’auto che si fracassa su un tratto di strada deserto; un passeggero solo, il guidatore, che muore, e non è quindi in grado di spiegare cosa gli sia accaduto. (…) molti dei cosiddetti incidenti inspiegabili sono la conseguenza della presenza di insetti nell’auto: una vespa, un’ape, o semplicemente un ragno o una falena. Il guidatore si lascia prendere dal panico, cerca di schiacciarla e apre il finestrino per farla uscire. Magari l’insetto lo punge, il guidatore perde il controllo. Comunque sia, BANG! e tutto è finito, dopo di che l’insetto illeso esce ronzando allegramente dal rottame fumante, in cerca di pascoli più verdi”.

E’ proprio dopo questa abile descrizione che in qualche modo abbiamo un primo e vero presentimento che qualcosa andrà storto, ma ancora non capiamo in pieno che cosa ci aspetterà. La follia salirà con lentezza. La storia intera di Jack Torrance e della sua perdita di controllo è proprio racchiusa nell’immagine appena riportata, che comprende sia l’inizio che la fine della storia. La vespa sarà proprio l’Overlook Hotel. Jack permetterà di lasciare entrare l’Overlook nella sua testa, si farà pungere, e poi…

Shining è un libro che offre un vero e proprio tributo ai maestri dell’horror, e ad Edgar Allan Poe in particolare. L’Overlook è descritto nelle sue più piccole parti e nella nostra mente riusciamo a mettere insieme l’intera topografia dell’albergo: nel salone della festa e nella stanza 217 ci siamo anche noi, e non ci piace affatto. Siamo pienamente partecipi quando, uno ad uno, si staccano gli ingranaggi della sanità mentale e quando tutti i segreti dell’hotel, con il procedere dell’inverno, emergono nelle vesti di spettrali personaggi. Ci sembra del tutto plausibile l’orrore che si dispiega sotto i nostri occhi, perché è un orrore che si nutre dei segreti umani più raccapriccianti e che si poggia sulla grandiosa impalcatura psicologica che ci ha accompagnato fino a questo momento. E’ un posto disumano che crea mostri umani, e può davvero fare paura.

… e la morte rossa dominava su tutto!”

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Film

THE NEST-IL NIDO: la nostalgia del paradiso perduto.

  • Regista: Roberto De Feo
  • Anno di uscita: 2019
  • Cast: Francesca Cavallin (Elena), Justin Korovkin (Samuel), Ginevra Francesconi (Denise), Maurizio Lombardi (Christian), Fabrizio Odetto (Filippo).
  • Punteggio visione: 8/10

Di che cosa parla questo film? Di moltissime cose, tutte estremamente umane, ma la cui umanità si riesce a cogliere soltanto dopo aver visto il finale. Non faremo spoiler, quindi ci limiteremo a dire che in questo film si racconta la storia di un ragazzino paraplegico, Samuel, che ha il divieto assoluto di uscire dai cancelli della tenuta in cui vive sin dalla nascita. Vittima di un incidente in auto causato dal padre, il quale morì nel disperato tentativo di portare via il bambino dalla tenuta, è costretto su una sedia a rotelle da quando ha cinque anni. Non ha mai potuto avere contatti con il mondo esterno e né lui, né noi, abbiamo idea di che cosa si annidi aldilà dei cancelli. La casa nella tenuta è una grande villa antica situata a Villa dei Laghi, una località isolata e circondata dal bosco. Nessuno entra, nessuno esce, fatta eccezione per il camioncino che porta regolarmente le provviste. Due guardie inquietanti, rozze e sporche, controllano i cancelli armati di fucile. Ogni tanto guardano fuori, con gli occhi strabuzzati, per assicurarsi che nessuno si avvicini. Nella tenuta, insieme a Samuel ed Elena, vivono le donne di servizio, un medico e alcuni ospiti selezionati dalla madre di Samuel- salvati dalla madre di Samuel dirà uno di loro. Tutti i componenti del nucleo sono costretti a mantenere un unico, difficilissimo patto, che prevede regole ben precise: Samuel non dovrà sapere niente del mondo esterno, la loro è una famiglia felice, non esiste posto migliore di Villa dei Laghi al mondo, il mondo esterno non esiste. Saranno riservate delle crudissime punizioni per coloro che non rispetteranno le regole.

Samuel viene educato in casa dalla madre Elena, che gli impartisce lezioni di pianoforte, di matematica e di economia aziendale. Lo scopo di quello che Elena chiama il programma consiste nel preparare Samuel all’età adulta, quando avrà il compito di occuparsi della tenuta.

“Elena: -qual è il tuo compito?

Samuel: -seguire il programma!

Elena: -qual è lo scopo del programma?

Samuel: -governare la tenuta!

Elena: -che cosa stiamo creando nella tenuta?

Samuel: -una nuova società!”

Il rapporto tra madre e figlio appare come simbiotico e soffocante. Samuel è un adolescente ancora incatenato al ventre della madre, fisicamente e psicologicamente; la madre, Elena, è una donna austera e determinata a non svelare a Samuel i segreti del mondo. Elena somiglia molto alla Nicole Kidman di The Others: non si riesce a capire se sia mossa da estremo amore oppure da totalizzante follia. La linea è sottilissima: abbiamo l’immagine di una madre protettiva e amorevole che rimbocca le coperte al figlio prima di dormire, dopo avergli letto con le lacrime agli occhi alcuni versi del Paradiso Perduto di Milton, e poi abbiamo la stessa madre nuda nella vasca, con gli occhi vitrei, intenta a tagliarsi le vene dei polsi. L’inquadratura perfetta ci lascia osservare il suo sangue che fluisce denso nella vasca e che si mischia alle sue lacrime di donna stanca, depressa, incatenata, sola nel mondo che ha costruito con estremo sacrificio. L’inquadratura ci rimanda all’immagine di un animale ferito e terrorizzato, senza colpe. In Samuel ed Elena riusciamo a scorgere l’intera storia umana: abbiamo lo sguardo senza colpe di Samuel, ignaro del male e del mondo, che non ha il coraggio di cogliere quella mela del peccato che lo porterebbe a scoprire la verità, e poi abbiamo la corruzione personificata in Elena, che ha conosciuto il mondo e i suoi peccati e che vorrebbe riuscire a dimenticarli, cercando di creare un nuovo Eden, un nuovo paradiso perduto, anche a costo di rinunciare a Dio. Che mondo abbiamo davanti? Perché i membri di questa nuova società si comportano così? Che cosa ne sarà di Samuel, quando crescerà? Non ci sarà tempo di rispondere a queste domande, perché tutto verrà ribaltato dall’entrata in scena di una giovanissima ragazza di nome Denise. Denise rappresenterà la mela che incuriosirà Samuel e che lo porterà finalmente a dubitare d’ogni cosa. Samuel, di qui in avanti, avrà sempre meno voglia di obbedire. La giovane ragazza arriverà alla tenuta accompagnata da Ettore, un vecchio amico di Elena e del padre di Samuel, che morirà di lì a poco a causa di una grave malattia tipica del mondo esterno. Denise, rimasta sola al mondo, sarà allora accolta controvoglia da Elena, e verrà assunta come domestica.

L’intesa tra Denise e Samuel sarà immediata: in un contesto surreale e macabro, fatto di riti e sacrifici nei boschi, misteri e punizioni, emerge dal loro rapporto un capitolo di umanità e di purezza; il clima di tensione opprimente si dissolve per fare spazio alla delicatezza della loro conoscenza, tipica dell’età adolescenziale, che non sembra portare segni di corruzione. Denise arriva dal mondo esterno e fa conoscere a Samuel la musica rock, che il ragazzo imparerà a suonare al pianoforte. Ci sorprenderemo di trovarci commossi davanti alla scena in cui Denise ballerà per lui, sulle note di Where is my mind dei Pixies. La purezza e la fragilità commovente della scena ribalterà del tutto le sensazioni provate fino a quel momento. Saremo delusi e impauriti quando l’idillio verrà interrotto da Elena, che assisteva gelida e impietrita dal soppalco della sala della musica. Richiamerà Denise all’ordine, e farà poi di tutto per ostacolare il rapporto tra i due.

Questo è solo un frammento di quello che è The nest. Raccontare altro significherebbe rovinarvi il gusto di guardare il film, ma ci sono delle piccole cose da dire, ancora. Il film ci dà una sorprendete descrizione di quella che è la delicatezza e la fragilità umana, caratteristiche che emergono con prepotenza in situazioni in cui si ha paura. I personaggi sono spaventati e disorientati. Seguono gli ordini, rispettano il patto, anche a costo di commettere delle azioni terribili. La paura nei confronti del mondo esterno è il filo rosso che guida le azioni di tutti i personaggi del film, ridotti a vivere rinchiusi pur di sopravvivere. Esiliati dal mondo esterno, se un mondo esterno esiste ancora. L’atmosfera che si respira nella tenuta è quella di un mondo abbandonato a sé stesso, rimasto senza morale e senza Dio, che ha bisogno di essere ricostruito attraverso sacrificio e estrema crudeltà… tutto in onore e in funzione di Samuel, che ci appare allora come un Truman catapultato in un reality show infernale, dove non ci sono spettatori ma soltanto registi impauriti e resi quasi disumani dal terrore. Il mondo esterno è il paradiso perduto, o il giardino dell’Eden distrutto, mentre la tenuta è l’ultimo seme d’umanità rimasto. Ma quale genere di umanità si potrà mai generare, da un seme del genere? E come ci comporteremmo noi, se la tenuta fosse l’unica nostra occasione per continuare a vivere? Saremmo pronti a rinunciare alla nostra umanità, pur di non morire?

“Adamo ed Eva potevano vedere Dio perché erano puri di cuore. Dio si fidava di loro. Li ha lasciati soli perché l’hanno tradito”.

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Filosofia

A cosa ci servirà tutto questo?

Quando penso al mito di Prometeo, mi viene sempre da sorridere… perché mi intenerisce. Mi fa sorridere l’idea che un dio abbia potuto credere di aver di fronte a sé una specie tanto perfetta, talmente perfetta da farlo rinunciare persino alla propria libertà divina. Se non è strano avere una storia mitologica preferita, la mia è probabilmente questa. Un dio che prova pietà per gli uomini, un dio così innamorato degli uomini, che ruba una scintilla di fuoco pur di farli sopravvivere e che poi si lascia incatenare a un monte dagli dei, torturato per l’eternità, solo per aver dato agli uomini quella piccola scintilla. Solo perché amava gli uomini. E noi, sempre troppo di fretta, sempre troppo arroganti, spesso ingrati, che ne abbiamo fatto di questo dono divino? Forse Prometeo ha fatto una cattiva scommessa, sacrificandosi per noi… O forse no. Dove si è nascosta, oggi, quella scintilla di fuoco che Prometeo ha rubato per noi? In quale angolo si è sotterrata? Che cosa ci rende ancora umani degni di onore e di stima?

Sono giorni di profonda umanità questi e sarebbe un peccato non rifletterci sopra. Abbiamo del tempo per farlo, perché il tempo sembra che si sia fermato. Ora occupiamo un mondo lento, affaticato, saturo e infetto, in tutti i sensi possibili, e questo mondo lentissimo lo possiamo osservare soltanto da una finestra, dallo schermo del PC, dalla televisione, dal telefono… lo possiamo vedere bene, ma da lontano. A debita distanza, giusto? E’ così che bisogna fare, ora. Stare a distanza, stare lontani, non toccarsi, non uscire. In questo momento surreale, che cosa ci resta? Ci resta lo sguardo e il pensiero, e forse è proprio quello che ci serviva. Le cose assumono una forma diversa quando sono lontane: sono più piccole e possono essere studiate senza pericolo, senza pathos, senza ingorghi di sentimenti. Ritornano ad essere improvvisamente quello che sono e non si deformano più a causa delle nostre mani sporche e frettolose che le toccano. E che cosa possiamo vedere, oggi, dalla nostra finestra? Un mondo stanco che aveva bisogno di fermarsi. E allora fermiamoci anche noi con lui e chiediamoci a cosa ci servirà tutto questo. A cosa ci servirà tutto questo, quando la nostra vita riprenderà il proprio ritmo e quando potremo riacquisire la nostra visione tridimensionale, fatta di gesti e opere nel mondo? Io spero che tutto questo ci possa servire da lezione. Spero che questo tempo lento riuscirà a mutare le nostre abitudini. Spero che ci ricorderemo di coltivare meglio la nostra scintilla di fuoco divino, fatta di conoscenza, di gentilezza, di riflessione, di dialogo, di umanità. Spero che ci ricorderemo della nostalgia che stiamo provando per il mondo e che allora impareremo a rispettarlo. Io vorrei ci ricordassimo anche di tutte le cose belle che ci rendono umani, come la musica, l’arte, la poesia… e vorrei che invece riuscissimo a dimenticare le cose futili, che ci rendono animali stanchi, arrabbiati, confusi. Mi piacerebbe occupare questo tempo lento con la condivisione di quello che credo sia bello e umano, per coltivare già da ora i germogli della bellezza che vorrei vedere sempre nel mondo. Non siamo mai stati abituati alla bellezza, né educati alla sua coltivazione. Adesso possiamo farlo, ne abbiamo tutto il tempo: ricordiamoci di coltivare la nostra delicatezza, perché delicatezza non significa debolezza, ma leggerezza. E al mondo servirà avere ospiti leggeri.

La bellezza salverà il mondo aveva scritto Dostoevskij ne “L’idiota“, e mai come oggi abbiamo la necessità e la possibilità di ricordarcelo.

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