Film, Filosofia

DONNIE DARKO e i viaggi nel tempo.

Donnie Darko è un film che lascia inquieti e che necessita di un paio di visioni, forse, per essere compreso nel suo insieme. Vi consiglio di guardarlo prima di leggere le righe che seguiranno, perchè contengono spoiler a non finire e perchè si concentrano sul finale e sul senso globale del film, lasciando in disparte trama, recensione, impressioni e quant’altro. Avvisati.

Donnie Darko è un film che parla di morte, ma da un punto di vista inconsueto: il protagonista, schizofrenico, riesce a sfuggire alla morte perchè viene salvato dalla visione di un coniglio gigante di nome Frank, che lo porterà fuori di casa per evitargli la morte. Infatti, il motore di un aereo mai identificato si schianterà proprio nella stanza da letto di Donnie, nel bel mezzo della notte. Il coniglio, portato fuori Donnie poche ore prima dello schianto, gli comunicherà che il mondo, da lì a 28 giorni, finirà.

Dallo schianto in poi, entriamo in quello che viene definito come Universo tangente: è una dimensione spazio-temporale che si origina da una disfunzione della dimensione del Tempo, nell’universo primario. A causa di questo incidente nell’Universo Primario, in un luogo ben preciso si forma un vortice che ruba dall’Universo Primario, in un punto casuale della dimensione Futuro, un oggetto di metallo e se lo porta in un nuovo Universo che prende il via da quel momento in poi: l’Universo, appunto, Tangente. Questi, a grandi linee, sono i temi affrontati in “filosofia dei viaggi nel tempo“, il libro scritto dalla cosiddetta Nonna Morte e che viene donato a Donnie dal suo professore. L’oggetto di metallo che genera l’universo tangente è proprio il motore di quell’aereo mai identificato, che “sembra sia arrivato dal niente”, dice la sorella di Donne con sospetto misto a divertimento. E Donnie, dopo lo schianto, ha 28 giorni di tempo per vivere in questo universo tangente e per cercare di capire quale sia il senso effettivo degli eventi. Lo schianto del motore è un errore temporale destinato a riproporsi infinite volte nell’universo primario, a meno che non intervenga qualcuno che possa bloccarne il flusso. Come se l’universo fosse un enorme computer, e l’universo tangente un errore di sistema. Donnie Darko… sembra il nome di un supereroe dice Grechen al protagonista, mentre passeggiano. In effetti è così: è a Donnie che viene dato modo di rimediare all’errore, prima che l’universo tangente imploda, generando un buco nero. Frank, con quello stupido costume da coniglio e Donnie, con quello stupido costume da umano, collaborano per salvare l’universo primario dall’errore. Frank tira fuori dal letto Donnie proprio poco prima dello schianto e lo guida, all’interno del nuovo universo, alla scoperta dei viaggi nel tempo. Solo scoprendo la possibilità di creare un whormhole, cioè un’apertura temporale in grado di permettere lo spostamento nello spazio-tempo, Donnie riuscirà ad arrestare la ripetizione infinita dello schianto.

E’ allo scadere del tempo, quasi, che a Donnie viene presentata la scena finale, cioè l’implosione dell’universo tangente e la riproposta dell’errore, dove il motore che si staccherà apparterrà all’aereo su cui viaggiano sua madre e la sua sorellina. Donnie sceglie di sacrificarsi: nell’universo tangente in cui ha vissuto, Grechen- la sua fidanzata-, è morta e non può accettare che muoiano anche sua madre e sua sorella. Decide così di riavvolgere il nastro e di tornare a quella famosa notte in cui il motore dell’aereo si schianta proprio nella sua cameretta. Sceglie di restare a letto. Muore. Toglie così l’errore dal sistema.

La scena finale vede la famiglia di Donnie disperata per la morte del ragazzo e Grechen, che passava casualmente di lì con la bicicletta, si ferma e assiste. Grechen e la madre di Donnie si scambiano un lungo sguardo, come se si riconoscessero, e si fanno un cenno con la mano. E’ solo un attimo, un riconoscimento passeggero e lontano. L’universo tangente, per loro, è come se non fosse mai esistito, ma il regista lascia intendere che sia rimasta un’ombra, una traccia sbiadita di passaggio…

La straordinaria peculiarità di questo film è che tutto quello che ho appena scritto, rimane sospeso: è quasi come se fosse uno sfondo incerto, aperto, che lascia interdetti e che può anche non venir compreso. Il fantascientifico è un sottofondo musicale che accompagna la storia di Donnie, un adolescente disturbato che disturba nello stesso tempo, diventando il portavoce della controcorrente. In fondo, non dimentichiamo poi che Donnie è schizofrenico: potrebbe essere stata forse tutta una grande allucinazione prima dello schianto, oppure un sogno, no? Ti lascia di sasso e ti mette di fronte a delle domande che non ti eri mai posto prima. Rovescia le certezze più semplici, le ancore assolute: rovescia la nostra concezione del tempo. Ci mette di fronte al più grande dilemma che investe da secoli il nostro sapere: che cosa sono lo spazio e il tempo? E poi, che cos’è la morte, che cosa sono gli universi paralleli? C’è possibilità che si verifichi un viaggio temporale? Secondo i calcoli della fisica quantistica, sì. La fisica generale, però, non può dimostrarlo empiricamente. Sono tanti numeri che rimangono sospesi, proprio come nel film, e che vengono proposti in modo aperto. Forse, tra millenni, saremo adatti a dare prova di questi numeri, ma non oggi. La morte in questo film aleggia indisturbata, ma è una morte obliqua, ampia, aperta alla possibilità.

Il tempo non è una linea dritta, e questo è risaputo. Noi siamo qui per puro caso, con il nostro stupido costume da uomo, e questa è una possibilità verosimile. L’universo è largamente inesplorato, e questo è un nostro limite. Il cervello che abbiamo è sfruttato soltanto nella sua minima parte, e forse, se ci sarà evoluzione, potremo sfruttarlo in pieno tra anni luce. E non sappiamo che cosa può dare il nostro cervello, al massimo delle sue possibilità. Anche il tema della schizofrenia è toccato nel film, io credo, per costruire ponti: è la malattia mentale meno conosciuta, seppure sia la più grave, ed è all’apparenza insanabile. E se la stessa malattia fosse una disfunzione cerebrale che apre alla visione, e non che la occlude? Una malattia inoltre presentata in un contesto sociale ipocrita all’estremo, dove la follia vera viene accettata senza remore, nella piccola cittadina. Dove solo la catastrofe può porre una fine temporanea alle futilità. Non lo so, e non lo sapremo probabilmente mai. E per questo è giusto chiederselo, e fare questi film, e leggere certi libri: che cosa ne sappiamo, a conti fatti, della verità?

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