Libri, Scrittura

NABOKOV e L’INDICIBILE: COME E PERCHE’ SCRIVERE UNA PROSA MAESTOSA E PERICOLOSA DI NOME “LOLITA”.

Quando nel 1955 Vladimir Nabokov, trasferitosi dalla Russia, lancia Lolita  nella bocca degli editori abbandona in via definitiva la sua lingua madre russa, con tutte la conseguenze culturali che ne derivano, per abbracciare la lingua inglese come lingua professionale ed aprirsi al nuovo mondo, l’America. L’America, il simbolo del sogno, della vittoria e del peccato. Con la lingua inglese, che Nabokov già parlava fluentemente da bambino, lo scrittore pare avere il totale accesso al mondo: riesce a scrivere in maniera magistrale, addirittura in modo pudico e inizialmente prudente, un romanzo indicibile che ha potuto scrivere solo ambientandolo in America , << Lolita, light of my fire, fire of my loins. My sin, my soul>>.

 Nabokov l’ha fatto: ha scritto un romanzo che ti scandalizza, ti turba e ti fa credere di star leggendo l’espiazione di un peccato perdonabile, e subito ti fa pentire di tale pensiero. Quando decide di abbracciare la lingua inglese e la cultura che essa incarnava, Nabokov sembra trovare il modo di liberare in via definitiva il potere della propria scrittura ed egli stesso, nella post fazione del romanzo, sembra confermarlo in qualche modo: la genesi della prima idea dell’opera, spiega l’autore, risale al 1940 e il flash creativo arriva a lui gradualmente e prudentemente- le pagine che egli scrive sono in russo e sono ambientate in Francia. Da qui, il prototipo del romanzo vede Arthur, un professore dell’Europa Centrale e un’anonima “ninfetta” che solo dopo, nel ’55, chiamerà Lolita; l’idea del desiderio perverso dell’uomo nei confronti di questa enigmatica ninfetta rimane anche in lingua russa, ma viene stroncata e duramente spezzata dal suicidio di Arthur, il quale, non riuscendo ad abusare della piccola ragazzina, si butta sotto le ruote di un camion. Il finale ricorda vagamente gli intenti di Tolstoj, che aveva fatto buttare Anna Karenina sotto un treno in corsa per non lasciare che nell’opera trionfasse l’indicibile, che in quel contesto era l’adulterio. Forse Nabokov aveva bisogno di staccarsi dai suoni duri e sentenziosi della propria lingua madre per poter lasciare non solo che Humbert Humbert, il patrigno di Lolita, abusasse più volte di lei, ma addirittura potendo spiegare con un’infallibile, meravigliosa e perfetta prosa ogni minimo pensiero, intento e desiderio del protagonista. È una prosa che doveva nascere, svilupparsi e vedere la luce solo in inglese, definita da qualche primo lettore del tempo come << la giovane America che travia la vecchia Europa>>, ed è così. Leggendo il romanzo si capisce che è così e non può essere in altro modo: Lolita è un salto, un attraversamento, una provocazione ed un distacco. Nabokov si è insediato nel “Nuovo Mondo” e lo  ha scavato, scrivendo un singolare caso di prosa esteticamente e stilisticamente perfetta, in contrasto con un tema assolutamente tabù, che costò al manoscritto molti editori e lettori sconcertati e disgustati. Ma che cosa è stato, dunque? Che cosa ha spinto Nabokov a scrivere la confessione di quello che si rivelerà a tutti gli effetti un pedofilo e un rapitore, quale è stata la spinta? Perché Humbert Humbert non si è buttato sotto quel camion, lasciando il lettore tranquillo e beato, sicuro che quel male sarebbe morto con il protagonista suicida? È stata l’America, sicuramente è così. La Russia avrebbe sepolto Humbert Humbert sotto le ruote e non ci sarebbe stato alcun salto. Lontano dalle sponde sicure e familiari della lingua russa, Nabokov ricrea se stesso riuscendo a farci assaggiare un’altissima opera dallo sfondo inquietante e deviante che non ritrae affatto l’America che egli vivrà e amerà come seconda patria, ma di certo che nasce dall’incontro con essa.

“Dopo che l’Olympia Press pubblicò il libro a Parigi, un critico americano pubblicò l’ipotesi che Lolita fosse il resoconto della mia storia d’amore con la letteratura romantica. Questa elegante formula diverrebbe più esatta se si sostituissero a << letteratura romantica>> le parole << lingua inglese>>.”, Vladimir Nabokov, 1956.  

Se Nabokov non avesse incontrato l’America, Lolita sarebbe salva. Se non si fosse spinto oltre la gabbia della lingua madre, forse Lolita non sarebbe mai esistita e, leggendo il dizionario, la voce “adolescente provocante che seduce uomini maturi” sarebbe inesistente, o porterebbe un altro nome, e nessuno avrebbe goduto dell’epopea a stampo russo-americano di Humbert Humbert, infine processato, sì, ma salvo e non suicida, ancora malato, ancora legato al tempo perduto della propria infanzia, per sempre fermo in esso.

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Libri

MANOLA, Margaret Mazzantini: i mille volti di una donna sola, divisa in due.

Il libro che ho deciso di recensire oggi è Manola, di Margaret Mazzantini. Forse è un libro poco conosciuto dell’autrice. Mi capitò di acquistarlo perché era l’unico lavoro della Mazzantini che non avevo ancora avuto il piacere di leggere, e fui folgorata dalle prime parole:

Ortensia. L’inizio. Il problema è l’inizio. Ho tante cose da raccontarle, Manola. Sono così piena. E’ una pienitudine piuttosto dolorosa, mi creda. Lo so, basterebbe buttare lì il primo sassolino, a caso. Temo che verrebbe giù una irrefrenabile slavina.”

Questo libro nasce come un’opera teatrale, dove si alternano le voci di due gemelle: Ortensia, la gemella oscura e spettrale, e Anemone, quella raggiante ed estroversa. Il libro si apre con il monologo di Ortensia che si rivolge a Manola, definita dalla gemella soltanto come una donna con il turbante di stoffa intignata. Ortensia comincia a parlare in preda a un vero e proprio flusso di coscienza e abbiamo l’impressione di assistere a un mistico colloquio psicologico, dove però Manola non prende mai parte. Chi è Manola? Non lo sappiamo e non lo scopriremo nemmeno a fine lettura, ma entrambe le gemelle le conosciamo attraverso i loro soliloqui davanti a questa silenziosa Manola con turbante. Qualche pagina ciascuno, le due gemelle danno il via a una strabiliante narrazione della loro vita, dove non manca una buona dose di ironia, qualche personaggio inverosimile e una situazione familiare a dir poco sopra le righe. Se Ortensia, al primo colloquio, ci tiene a scusarsi con Manola per le parole che pronuncia, o per le sue manie e la sua goffaggine, con Anemone scopriamo subito tutta un’altra musica:

” Anemone. Sono in ritardo? Io sono sempre in ritardo, però detesto i ritardatari, detesto quelli che si approfittano del mio tempo, come fosse meno prezioso del loro. In quanto al tempo degli altri, non è colpa mia, ma non riesco proprio a stargli dietro.”

Comincia così uno stupefacente racconto, dove abbiamo modo di guardare le cose che vengono raccontate sotto un doppio punto di vista: ce le racconta Ortensia, con quell’aria contrita e cupa, e poi ce le racconta di nuovo Anemone, con allegria e spensieratezza… e siamo portati a sorprenderci quando scopriamo che una stessa storia può cambiare molto, se viene raccontata da due persone diverse, anzi, così tanto diverse… La loro famiglia è una famiglia strana, distratta, e le due gemelle crescono spontaneamente in una profonda antitesi mai colta, quasi primordiale: dove una si fa bella, l’altra s’abbruttisce; dove una ride, l’altra piagnucola; dove una passa ore ed ore davanti allo specchio, l’altra comincia a soffrire di una malattia per cui il corpo si riempie di ispidi e nerissimi peli. Insomma, Ortensia e Anemone sono due anime agli antipodi che trovano davanti a Manola una sorta di spazio bianco dove poter srotolare il loro ingarbuglio di emozioni.

Nella prima parte del libro siamo di fronte a due donne all’apparenza irrecuperabili. Siamo sicuri che la loro natura non potrà mai mutare, e ogni tanto parteggiamo per una, ogni tanto per l’altra, sempre con un po’ di tensione, sicuri che accadrà qualcosa di tremendo che romperà delle personalità tanto solide, e forse per questo troppo fragili. E in effetti, nella seconda parte del libro, succede qualcosa. I lunghi soliloqui sembrano dare dei frutti: Ortensia comincia a perdere i peli, Anemone inizia a scordarsi di truccarsi prima di uscire… e tutto, con una naturalezza che poche pagine prima ci sarebbe sembrata impossibile, accade: le due gemelle si scambiano gradualmente i ruoli, e devo dire che di qui in poi, la lettura diventa davvero divertente, ma anche terribilmente inquietante e triste, sotto certi aspetti.

Manola è un libro che scava. Scava in Ortensia, in Anemone e poi in chi legge. E’ una lettura che ti lascia di sasso, perché ti mostra tutti lati estremizzati di una donna, li divide con scienza per due, e poi li inverte. Scopriamo che Ortensia e Anemone non sono così lontane come ci erano apparse, ma anzi appartengono allo stesso stampo. Spesso ci riconosciamo in entrambe, talvolta con vergogna: siamo state tutte l’Ortensia in paranoia, che si sente brutta da buttare e che si rifugia pur di non scontrarsi con il mondo. Allo stesso tempo, siamo state tutte anche Anemone, spesso prese da futilità, mai abbastanza in grado di scavare, perché forse abbiamo paura di trovare qualcosa di scomodo sul fondo… Probabilmente Ortensia e Anemone incarnano la paura che c’è in ognuno di noi: la paura degli altri e del loro giudizio, e poi la paura di noi stessi, del nostro stesso animo. Questo libro distrugge l’ideale di personalità, che spesso è soltanto una costruzione che attuiamo pur di non far fronte alle nostre paure. Le due protagoniste si aggrappano fino all’ultimo a quello che credono di conoscere di loro stesse, ma poi si arrendono al flusso. Si lasciano cambiare, accettano di non essere più chi sono state. Ne soffrono, faticano, ma poi si arrendono.

Questo è un libro che rileggo sempre con piacere e che consiglio spesso. Non somiglia agli altri libri della Mazzantini, che è una scrittrice che amo, ma non per questo è degno di meno attenzioni: in fondo, Ortensia e Anemone ci insegnano che ci si può anche staccare dalle etichette, giusto? E quindi questo è un libro che non va etichettato, che non somiglia ad altri, e per questo io lo trovo un piccolo capolavoro, forse più degli altri.

E alla fine, ci chiederemo, chi è Manola? Io credo che sia una sbarra che si alza. Una diga che si apre, una coscienza che si stacca. Manola siamo noi, quando riusciamo a parlare sinceramente con noi stessi.

” Non ti preoccupare, cara, purtroppo siamo sottomessi alla legge di gravità. Ogni cosa, prima o poi, cade in basso.”

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Libri

SHINING, "questo posto disumano crea mostri umani".

  • Autore: Stephen King
  • Anno di pubblicazione: 1977
  • Genere: horror
  • Punteggio lettura: 10/10

Per chi non avesse ancora letto questo libro, ho da fare una premessa: non fatevi troppo ingannare dal genere e dimenticate, nel caso in cui lo abbiate visto, il film di Kubrick, perché racconta un’altra storia. Magari, un giorno, parleremo anche del film… ma per ora, concentriamoci sul libro di King. Mi piace sempre definire questo libro come una perfetta architettura costruita sulla psicologia: il quadro umano dei tre personaggi principali è a dir poco perfetto. Concepiamo la famiglia Torrance come del tutto plausibile, palpabile e degna di estrema empatia: viviamo con lei il disagio, la tristezza, il disgusto, il terrore, la pietà e l’orrore, esattamente in quest’ordine. Non fatevi ingannare dal genere e non abbiate pregiudizi: in questo libro, più degli altri di King, troverete una spiazzante disamina psicologica dell’uomo.

Ci viene subito presentato Jack Torrance come un uomo alla deriva. Ha recentemente perso la cattedra presso la scuola in cui insegnava; ha un passato non troppo lontano da alcolista; un padre violento sulle spalle; una carriera mai decollata da scrittore; una commedia da scrivere e nemmeno un soldo per mantenere la propria famiglia, composta dalla moglie Wendy, donna accondiscendente e mansueta, e dal piccolo Danny, un bambino di cinque anni con un livello di intelligenza ben al di sopra della media e un dono, ancora pallido e inesplorato, legato alla preveggenza: lo shining, la “luccicanza”.

La prima scena del libro si apre con un dialogo magistrale, presentandoci Jack ad un colloquio di lavoro. Il suo amico Al Shockley, il suo vecchio compagno di sbronze Al Shockley, lo ha raccomandato al direttore dell’Overlook Hotel, che cerca un custode per la stagione invernale. Jack si precipita a questo colloquio perché non può farsi scappare anche quest’occasione e perché per scrivere la sua commedia avrà proprio bisogno di quei cinque mesi di isolamento. L’Overlook Hotel, che domina minaccioso sulle montagne del Colorado, è stato teatro di innumerevoli delitti e suicidi. L’ultimo oscuro avvenimento riguarda proprio il vecchio custode dell’hotel, che uccise le sue due bambine e la propria moglie con un accetta, e che poi si puntò una pistola alla tempia. Il mal di capanna lo chiama il direttore dell’hotel per giustificare la tragedia e Jack, con la sicurezza propria di chi non può nemmeno pensare a qualche alternativa, risponde con freddezza tagliente che né lui, né la sua famiglia, avrebbero avuto di questi problemi. E tutto inizia così.

Shining è un libro che sale di intensità pagina dopo pagina, e mentre sale si addentra sempre di più all’interno dei suoi personaggi, creando una perfetta e fittissima rete di moventi. Scopriamo con sempre maggiore sorpresa tutti i piccoli, orribili segreti di Jack e poi di Wendy, fatti di violenze subite e taciute, di profonda tristezza, di solitudine… ma anche di pentimento e di umanità. Poi conosciamo Danny, il bambino prodigio che parla perfettamente e che a volte, anche se non ne ha voglia, riesce a captare i pensieri dei propri genitori. King ci prepara all’arrivo all’Overlook Hotel con ben settanta pagine di preamboli, dove abbiamo modo di conoscere in pieno la famiglia Torrance, la trinità che non si può spezzare. King allora, dopo le dovute presentazioni, fa arrivare i Torrance in Colorado e, con un colpo da maestro, ci lascia una trentina di pagine di calma, dove riusciamo ad illuderci che la permanenza all’Overlook potrebbe funzionare… fino a che Jack, in un’assolata mattina di ottobre, non si imbatte in un nido di vespe, che rappresenta l’inizio della discesa verso un vero e proprio inferno. Il nido di vespe è il regalo di benvenuto dell’hotel, si può dire. Di seguito riporto una frase emblematica, incisa nella memoria, che sancisce ufficialmente l’inizio degli orrori:

Jack aveva letto da qualche parte, in un articolo di un supplemento domenicale o in un trafiletto di rivista basato sul risvolto di qualche libro, che il sette percento degli incidenti stradali non trova una spiegazione logica. Niente guasti meccanici, niente eccesso di velocità, niente guida in stato di ubriachezza, niente condizioni atmosferiche avverse. Semplicemente, un’auto che si fracassa su un tratto di strada deserto; un passeggero solo, il guidatore, che muore, e non è quindi in grado di spiegare cosa gli sia accaduto. (…) molti dei cosiddetti incidenti inspiegabili sono la conseguenza della presenza di insetti nell’auto: una vespa, un’ape, o semplicemente un ragno o una falena. Il guidatore si lascia prendere dal panico, cerca di schiacciarla e apre il finestrino per farla uscire. Magari l’insetto lo punge, il guidatore perde il controllo. Comunque sia, BANG! e tutto è finito, dopo di che l’insetto illeso esce ronzando allegramente dal rottame fumante, in cerca di pascoli più verdi”.

E’ proprio dopo questa abile descrizione che in qualche modo abbiamo un primo e vero presentimento che qualcosa andrà storto, ma ancora non capiamo in pieno che cosa ci aspetterà. La follia salirà con lentezza. La storia intera di Jack Torrance e della sua perdita di controllo è proprio racchiusa nell’immagine appena riportata, che comprende sia l’inizio che la fine della storia. La vespa sarà proprio l’Overlook Hotel. Jack permetterà di lasciare entrare l’Overlook nella sua testa, si farà pungere, e poi…

Shining è un libro che offre un vero e proprio tributo ai maestri dell’horror, e ad Edgar Allan Poe in particolare. L’Overlook è descritto nelle sue più piccole parti e nella nostra mente riusciamo a mettere insieme l’intera topografia dell’albergo: nel salone della festa e nella stanza 217 ci siamo anche noi, e non ci piace affatto. Siamo pienamente partecipi quando, uno ad uno, si staccano gli ingranaggi della sanità mentale e quando tutti i segreti dell’hotel, con il procedere dell’inverno, emergono nelle vesti di spettrali personaggi. Ci sembra del tutto plausibile l’orrore che si dispiega sotto i nostri occhi, perché è un orrore che si nutre dei segreti umani più raccapriccianti e che si poggia sulla grandiosa impalcatura psicologica che ci ha accompagnato fino a questo momento. E’ un posto disumano che crea mostri umani, e può davvero fare paura.

… e la morte rossa dominava su tutto!”

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